Per questo i programmi di rilancio messi in campo negli ultimi anni si affidano, oltre che alla riqualificazione materiale, a un forte contenuto di socialità, condivisione e attivazione di reti relazionali. Un piano di interventi che si chiama “Progetto di comunità del centro storico” e dove la rigenerazione urbana, parafrasando Giorgio Gaber, è innanzitutto partecipazione. Siamo nei famosi caruggi di Genova, un dedalo di saliscendi, piazzette, vicoli oscuri e inanimati ma anche strade più eleganti con i 42 palazzi dei Rolli, le dimore nobiliari dichiarate patrimonio Unesco. E’ l’area del capoluogo ligure subito alle spalle del Porto antico, il waterfront recuperato negli anni 90 su progetto di Renzo Piano e divenuto un moderno e attrattivo polo turistico, culturale e congressuale. Ma basta risalire per qualche decina di metri verso monte e incamminarsi nei tre “sestieri” (rioni) di Pré, Molo e Maddalena per trovare un’atmosfera, un contesto urbano e sociale molto diverso e problematico.
“Evitare l’esclusione sociale”
Il Piano Caruggi, programma integrato di riqualificazione lanciato già nel 2020 e ancora in corso prevede qui una serie di interventi che vanno dalla rifuzionalizzazione degli spazi e degli edifici, all’illuminazione notturna, al sostegno all’economia locale, alla mobilità sostenibile. E che ricomprende, appunto, progetti di innovazione sociale e animazione territoriale. Il Progetto di Comunità è stato avviato nel 2021 nella consapevolezza che la città vecchia, per la sua natura complessa e stratificata e per la sua estensione territoriale (oltre un chilometro quadrato fittamente edificato), non potesse essere rigenerata soltanto attraverso interventi mirati di recupero edilizio. Al contrario occorre “accompagnare i processi di trasformazione urbana, evitando che generino esclusione sociale e marginalizzazione delle fasce più fragili e attivare il protagonismo dei cittadini per costruire e consolidare un’identità comunitaria condivisa”, spiega la dirigente del settore Welfare territoriale e Servizi sociali del Comune di Genova Daniela Giancarli.
L’iniziativa è partita in forma sperimentale e circoscritta con una prima fase dedicata soprattutto all’ascolto dei cittadinanza e alla mappatura delle risorse presenti e si è via via progressivamente estesa. Nel tempo si è costruita una rete articolata che vede oggi attivi venti presìdi territoriali che sviluppano attività sociali, aggregative, educative e culturali rivolte agli abitanti. “Le iniziative sono orientate non solo a favorire una frequentazione positiva del centro storico, ma anche a coinvolgere la comunità residente nella loro ideazione e realizzazione, affinché i cittadini possano riconoscersi nei luoghi, contribuire alla loro cura e assumere un ruolo attivo nella definizione delle priorità”, precisa la dirigente.
L’esperienza dei Giardini Luzzati
Punto di riferimento dell’intero progetto è stata l’esperienza dei Giardini Luzzati, un’area pubblica del centro di Genova, riqualificata diversi anni fa e poi affidata con un bando all’associazione Ce.Sto, che ne ha fatto un centro polivalente di incontro, scambio e inclusione sociale con attività culturali, di formazione e di somministrazione, un presidio civico stabile che ha contribuito a rigenerare anche le aree circostanti. Uno schema imperniato sull’attivazione del Terzo settore che il Progetto di Comunità cerca in qualche modo di rendere sistematico. “Gli abitanti non sono solo i destinatari degli interventi ma anche soggetti attivi nella definizione dei bisogni, nella costruzione di risposte e nella cura degli spazi e delle relazioni. La partecipazione non è intesa come semplice consultazione, ma come processo continuo di coinvolgimento, corresponsabilità”, aggiunge Giancarli.
Dal Piano caruggi al welfare di prossimità
L’idea è quella di una rivitalizzazione dei quartieri che parte dal basso capace di raccordarsi e accompagnare gli interventi materiali sul territorio. Un progetto riaggiornato dunque, che da un lato vuole evitare un approccio solo securitario puntando sulla “rigenerazione delle persone” e sulla riattivazione degli spazi pubblici, anche in chiave di interculturalità data la presenza di immigrati. Dall’altra cerca di contrastare l’abbandono degli abitanti e il fenomeno delle saracinesce chiuse cercando un bilanciamento urbano diverso dalla monocultura turistica che ha preso piede in altri centri storici italiani.
Coinvolte 91 realtà del Terzo settore
Il programma è finanziato soprattutto attraverso i fondi del programma europeo Pon plus affiancati a quelli nazionali (Il Comune non ha fornito cifre precise) e supportato dalla Fondazione Compagnia di Sanpaolo. Il processo punta sempre a innescare azioni convergenti tra amministrazione, cittadini e reti associative e utilizza quando possibile gli strumenti dell’urbanistica tattica. L’intento è coinvolgere il più possibile, costruire un senso di appartenenza, far sì che i cittadini che vivono il territorio e lo vedono migliorare grazie a loro, ne abbiano più cura.
“Un’attività che non sarebbe possibile senza l’apporto degli enti del Terzo settore – racconta la dirigente comunale – . Nostro obiettivo è la costruzione di una rete di prossimità stabile nel tempo e sistematicamente volta lavorare in condivisione per raccogliere più persone possibile nelle maglie delle rete di iniziative. Il progetto coinvolge 91 tra enti e associazioni, di cui 52 più strutturati che collaborano in modo sistematico con gli enti pubblici. E dato che nel centro storico manca una casa di quartiere, un hub multiservizi che pure vorremmo attivare, si lavora su presense diffuse, i venti presidi sociali. Lo sono ad esempio la Fioristeria, o Momart (un spazio dove si fanno attività per i bambini aperto dalle mamme di una scuola), oppure realtà come ArtRoom, galleria che propone iniziative e laboratori nelle sere di movida. Luoghi dove se si è in difficoltà si può può trovare ascolto”.
Si lavora a volte su obiettivi circoscritti, ad esempio cercare di rianimare una piazzetta non curata nelle ore di doposcuola per far giocare i bambini. Ci sono iniziative temporanee con cadenza stagionale, dai mercatini dell’artigianato, ai laboratori per ragazzi, al festival della danza africana, alle giornate delle Chiese aperte, al trekking urbano, al teatro all’aperto.
E ci sono alcuni macroprogetti trasversali a tutti i tre i rioni coinvolti: come il Festival MURA (Movimento Urbano Rete Artist) evento nelle piazze con mercati artigianali, laboratori e spettacoli incentrati sulla partecipazione comunitaria, il progetto ReSisters (rassegna contro la violenza di genere), la Notte bianca dei bambini, il Carnevale. Esperienze dove l’obiettivo non è tanto la riuscita dell’evento in sé stesso ma il lavoro preparatorio comunitario che lo precede. Una rigenerazione partecipativa dove l’obiettivo è attivare questi processi corali.