L'INTERVENTO DEL PRESIDENTE CEI
Il cardinal Zuppi: “Sintonia e sinfonia come metodo di lavoro per vincere l’attaccamento al presente e la paura del futuro. Ricostruire come negli anni ’50”
Riportiamo di seguito i passi salienti dell’intervento che il cardinal Matteo Zuppi, presidente della CEI, ha tenuto ieri a Castelnuovo di Garfagnana nel corso del convegno dedicato alle aree interne, organizzato dalla Unione Comuni Garfagnana.
“Da quattro anni, perlomeno una volta l’anno – ha esordito Zuppi – ci siamo trovati con un numero variabile di vescovi che lavorano nelle aree interne, da Cuneo a Enna, per riflettere sulle aree dove sono le radici più profonde delle nostre comunità. Sono comunità molto impoverite dal punto di vista numerico, ma molto identitarie. Ci siamo trovati a discutere di comunità sempre più sparpagliate, di parrocchie sempre più vuote, della necessità di accorpare con quelle che abbiamo chiamato ‘parrocchie collegiate’ per cercare di garantire comunque una buona presenza, fondamentale per contrastare motivi di ulteriore abbandono.
Devo dire – ha continuato Zuppi – che l’ultimo incontro dello scorso luglio partiva da un documento del governo sulla Strategia delle Aree Interne, per altro un documento di lavoro, che da una parte ha suscitato una nostra levata di scudi perché quel documento parlava di “spopolamento irreversibile” e sembrava dire che non si può fare niente e noi siamo contrari all’accanimento terapeutico. Dall’altra parte ci ha indotto a una riflessione che, tradotta in avanti, ci dice che non possiamo prescindere dai dati della realtà e per tenere insieme queste due cose, evitare l’accanimento terapeutico ed evitare di distaccarsi dai dati della realtà, l’unica soluzione è fare un piano. Abbiamo scritto una lettera al governo che voleva dare proprio questo stimolo: dobbiamo fare un piano a dieci anni.
Abbiamo avuto molto riscontro e interlocuazione, in particolare con l’ANCI, e poi, parlando naturalmente del lavoro come uno dei temi da affrontare, anche con gli artigiani della CNA che ci hanno spiegato di avere bisogno di 750mila persone per evitare che le loro imprese chiudano la gran parte della produzione. Qui si apre il discorso sul capitale umano e sui nostri giovani che vanno via in 150mila all’anno. E non solo loro. I vescovi siciliani hanno scritto una lettera pastorale per dire che non solo i giovani vanno via, ma anche i genitori dei giovani che vanno a fare i nonni dove si trasferiscono i figli. C’è uno spopolamento anche degli adulti.
Si è parlato giustamente del diritto di restare ma dobbiamo farci anche qui le domande giuste: quei giovani scelgono di andare via perché trovano altrove stimoli, opportunità, possibilità che non trovano qui. Allora credo che tutto questo richieda un grande cambiamento, un cambio di paradigma, come si dice oggi. Vuol dire che se non ci mettiamo assieme e non scegliamo qualche cosa di strategico, se facciamo sempre soltanto qualcosa di opportunistico e di reattivo, il declino sarà davvero irreversibile. Prima si è parlato di calamità: qualche volta, purtroppo, certe aree interne cambiano solo dopo aver subito una grave calamità. Lo so, è inaccettabile, ma è così.le calamità in un qualche modo spingono a decidere, accelerano decisioni a fare qualcosa che altrimenti non facciamo.
Si è parlato di metodo di lavoro e io penso che effettivamente serva proprio un metodo di lavoro in cui tanti soggetti si riconoscano. In questa ricerca di un metodo di lavoro condiviso, la Chiesa indubbiamente sente la responsabilità perché fa parte delle nostre radici. Pochi giorni fa ero nella montagna sopra Bologna e lì ci sono le radici, le luci più profonde delle comunità, con una parrocchia che è di 80 persone e venti di loro fanno parte del coro. L’identità è più profonda e più bella quando è comunitaria. L’individualismo e il senso molto frammentato di comunità che produce corrisponde a un bisogno, certamente, ma poi ci lascia senza una rete, non ci corrisponde a una relazionalità di cui pure abbiamo bisogno e che nelle aree interne ancora trovi mentre è molto più difficile trovarla nelle aree urbane, se non addirittura impossibile.
Quindi ci ritroviamo in questo individualismo che poi diventa individualismo digitale, una roba ancora più preoccupante, molto preoccupante. Siamo solo all’inizio, siamo solo all’asilo nido dell’individualismo digitale, ma ne vediamo già alcune conseguenze. Per interrompere questa deriva abbiamo bisogno di un metodo di lavoro che richiede di farne una sintonia e anche una sinfonia di soggetti. Soggetti, con sensibilità diverse, che si mettono a lavorare insieme. Uno sforzo che deve riguardare tutti, uno sforzo che sfugga alla logica del piccolo consenso, alla logica dell’incasso immediato, serve qualcosa di talmente grande che sia in grado di invertire quell’irreversibile che ci dava fastidio in quanto irreversibile. A volte il medico deve spiegare la malattia per come è, perché solo quello consente di passare a una cura.
Dobbiamo smetterla con la conservazione del presente e dobbiamo guardare sia al futuro sia alle nostre radici. Quando non abbiamo più paura del futuro, tutto diventa possibile e bellissimo: dobbiamo ricostruire, proprio come negli anni ’50, quando dovevamo chiudere una pagina e costruire qualcosa di nuovo che fosse per il futuro. Siamo tutti tendenzialmente conservativi del nostro presente e così ci neghiamo il futuro. Per questo penso che una programmazione di dieci anni possa affrontare molti dei problemi.
Faccio l’esempio della sanità, tutti saltiamo addosso ai reponsabili se decidono di chiudere un centro di nascita all’interno di un ospedale, ma poi ci spiegano che è rischioso tenerlo aperto se non hai un tot minimo di parti l’anno. Oppure le scuole: sento parlare male delle pluriclassi, ma io con l’orgoglio da montanaro dico che sono molto efficaci e spesso i bambini sono più preparati e hanno maggiore capacità relazionale, certamente più pazienza. Oppure è meglio chiudere la scuola e trasferirla a chilometri di distanza?
Dobbiamo decidere cosa vogliamo nel nostro futuro, con uno sforzo dobbiamo cercare la sinfonia e la sintonia verso dove va. Quel discorso del metodo che dicevo vuol dire anzitutto la consapevolezza di mettere da parte quello che ci divide e capire quanto è decisivo quello che ci può unire, come diceva spesso Giovanni XXIII. Perché è davvero il nostro passato ma, ne sono convinto, anche il nostro futuro”.