INFRASTRUTTURE DI RICARICA OLTRE QUOTA 78MILA, TRAINO DALLE CITTÀ
Mercato elettrico, Ecco: le flotte aziendali un acceleratore incompiuto. Valgono il 45% annuo di nuove vendite ma gli incentivi non premiano
Leva fiscale, diffusione delle infrastrutture, politiche di stimolo della domanda e dell’offerta, ma anche una rivoluzione culturale su cui insistere. La ricetta per accelerare la transizione alla mobilità elettrica è composita e passa soprattutto dalle flotte aziendali. Secondo il think tank italiano Ecco, però, a frenare questo mercato incidono ancora parecchi fattori. Dalle tasse troppo alte sulla corrente per ricaricare i veicoli, alla mancanza di incentivi corretti proprio per l’elettrificazione del parco auto delle imprese. Eppure, le vendite in questo ambito rappresentano il 45% annuo di nuove immatricolazioni. Su un totale attuale di 410mila veicoli bev circolanti.
Secondo l’analista di Ecco Caterina Molinari, che ha introdotto i lavori di un talk organizzato con Vaielettrico, una ricarica di auto elettrica in Italia può costare fino al 70% in più rispetto agli altri paesi europei, a causa del maggiore costo dell’elettricità nel nostro Paese, ma anche ad una tassazione della corrente superiore a quella sui combustibili fossili, specialmente sulle colonnine pubbliche. “Un’auto elettrica, per percorrere 15.000 km in un anno, consuma 2.400 kilowattora – ha spiegato -. Un’auto a motore endotermico, per fare gli stessi km consuma 9.200 kilowattora, quattro volte tanto. Nonostante ciò, a causa della tassazione sull’elettricità per la ricarica, un automobilista che ricarica a casa risparmia appena il 30%. Ma uno che lo fa a una colonnina pubblica, risparmia solo il 3%”.
L’altra stortura, come accennato, riguarda l’assenza degli incentivi aggiustati alle flotte aziendali. Un comparto che riceve sì un flusso ingente di aiuti pubblici, pari a circa 14 miliardi euro annui tra detrazione dell’Iva, ammortamenti, agevolazioni sui carburanti, riduzioni del bollo e tassazione dei fringe benefit. Aiuti, questi, che non vengono legati alla riduzione delle emissioni, come avviene altrove in Europa. Di conseguenza, spiega il think tank, le aziende non sono incentivate a scegliere le e-car. Da queste storture, ne derivano le conseguenti difficoltà per sviluppare un mercato vero e proprio anche per le auto elettriche usate.
In Italia, l’attuale parco e-car garantisce risparmi in import di greggio per 2,5 milioni di barili annui, per circa 240 milioni di euro. Rafforzando il mercato fino ai livelli della Germania, ad esempio, dove circolano ben due milioni e più di veicoli a batteria arriveremmo a risparmiare fino a un miliardo ogni anno, evitando di acquistare dodici milioni di barili. Volvendo fare ancora di più si potrebbe/dovrebbe puntare al target Pnrr-Pniec di 4,2 milioni di bev al 2030, arrivando così a evitare di importare ben 26 milioni di barili annui, risparmiando ogni dodici mesi 2,6 miliardi.
Ma lo stesso Pnrr, è stato ricordato al tavolo ieri, ha rappresentato un flop in termini di bandi per le colonnine. Un tema ancora scottante tra gli operatori. Eppure, Stefano Roberto di Motus-E ha anticipato i nuovi numeri dell’associazione proprio sulle installazioni di ricarica: è stata superata quota 78mila punti, di cui 70mila di questi già attivi per una copertura di oltre il 50% delle aree di servizio autostradale. Numeri interessanti, come quelli che registrano un +72% dei primi mesi 2026 rispetto a un anno fa, resi possibili, però, grazie a oltre due miliardi di soldi privati investiti dal 2018 a oggi. Gli unici fondi pubblici, ha ricordato Roberto, sono proprio quelli Pnrr ma con i bandi in continuo aggiornamento hanno portato a uno scarsissimo utilizzo. Un flop, appunto. Sempre sulle infrastrutture, poi, secondo il Politecnico di Torino queste rappresentano un traino per la domanda di veicoli soprattutto nelle aree urbane. Al contrario, in quelle rurali, occorre portare avanti insieme tanto il mercato dei punti di ricarica quanto quello del parco auto.
Servono però politiche coerenti, tanto in ambito Ue sugli standard emissivi, quanto sugli incentivi e soprattutto la fiscalità in Italia. Dove, secondo gli addetti del settore, continua a mancare un piano elettrificazione in stile francese (aiuti annui da 10 miliardi) da accompagnare con una vera rivoluzione informativa e culturale rivolta ai cittadini. Anche il contesto della guerra del Golfo e la crisi di Hormuz può, secondo Ecco, aiutare a stimolare nuovi sviluppi per il mercato elettrico della mobilità italiana. Invece, fa notare il think tank, il governo Meloni ha destinato oltre un miliardo al contenimento dei prezzi dei carburanti e relativi effetti inflattivi, oltre il doppio di quanto stanziato lo scorso anno per incentivare l’acquisto di e-car con le risorse recuperate dal Pnrr. Serve, allora, un fondo stabile per gli incentivi all’auto elettrica, con risorse sufficienti a consolidare e ampliare questa spinta nei prossimi anni, con uno sguardo particolare alle fasce di popolazione meno resilienti ai costi energetici per la mobilità. Tale intervento si rende a maggior ragione necessario per consolidare le intenzioni di investimento annunciate da Stellantis per portare la produzione di piccole utilitarie completamente elettriche a Pomigliano.
E’ la via finale per ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, alleggerendo così il peso della bolletta energetica sulla bilancia commerciale, liberando risorse che possono essere reindirizzate verso investimenti produttivi, innovazione industriale e rafforzamento della competitività del sistema economico nazionale, con ricadute positive sull’occupazione. Senza riforma della fiscalità energetica e delle agevolazioni alle flotte aziendali, dice Ecco, non c’è sviluppo per la nostra industria, per la coesione territoriale, per la sicurezza energetica.