UNA QUASI-LECTIO AL WORKSHOP DEL DEMANIO DI PALERMO

Carta: “Il Piano città è la ‘macchina pigra’ di Eco e non la ‘macchina celibe’ di Duchamp. Inventa ciò che ci serve oggi: strumenti adattabili, flessibili, incrementali e ridondanti”

21 Mag 2026 di Giorgio Santilli (da Palermo)

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Carta: “Il Piano città è la ‘macchina pigra’ di Eco e non la ‘macchina celibe’ di Duchamp. Inventa ciò che ci serve oggi: strumenti adattabili, flessibili, incrementali e ridondanti”

Maurizio Carta nel suo intervento al workshop dell'Agenzia del Demanio all'Università di Palermo

Pubblichiamo di seguito la prima parte dell’intervento che Maurizio Carta, professore ordinario di Urbanistica all’Università di Palermo e Assessore all’Urbanistica del Comune di Palermo, ha tenuto martedì 19 maggio nel workshop su “Etica della responsabilità per la cura del patrimonio immobiliare dello Stato” organizzato dall’Agenzia del Demanio nella Sala delle Capriate di Palazzo Steri, sede dell’Università di Palermo,

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Penso che all’Agenzia del Demanio ci sia in corso in questo momento una rivoluzione, un cambio di paradigma. Eppure, non possiamo parlare di innovazione o di rivoluzione, se non lo facciamo anche nelle posture e nei linguaggi. Non vi sarà sfuggito che durante le nostre riflessioni, non ci siamo occupati soltanto di raccontarvi che cosa stiamo facendo, ma stiamo lavorando anche a nominare in maniera diversa cose diverse perché se continuiamo a nominarle sempre con lemmi, locuzioni e linguaggi del paradigma precedente, il rischio è che queste cose non fruttino, non abbiano quella carica dirompente che è necessaria.

Fatemi fare un passo indietro alla riflessione sull’etica che è stata fatta con parole accorate, accurate e appassionate da Alessandra dal Verme. Con Alessandra ci accomuna il modo in cui stiamo nelle istituzioni in ruoli apicali, volendo un po’ modificarle dall’interno, cambiarle da dentro, facendogli fare dei piccoli o grandi passi, con il coraggio di cambiare tutto, altrimenti tutto rimane così com’è. Ringrazio Gaetano Savatteri, che ci ha fatto veramente vivere alcune condizioni della nostra sicilianità e soprattutto ci ha detto che sono pericolose le critiche sociali troppo ben scritte. Perché uno dei problemi del romanzo di Tomasi di Lampedusa è che dentro c’è una critica sociale, non è vero che lui esaltava quel modello, ma la sua critica l’ha scritta talmente bene che è diventata una condizione confortevole, dentro la quale alla fine molti si sono accomodati e appassionati.

Questo significa che quando si fa una critica a un modello per sperimentare altro, bisogna farlo con parole di franchezza. Anche a costo, talvolta, di essere un po’ brutali. Ed ecco perché adesso entro nella dimensione delle cose che vorrei dire, non riesco nella mia conversazione con voi a scindere le mie due anime di professore universitario e di amministratore pubblico. C’è un perimetro concettuale che permette di capire di che cosa stiamo parlando, un quadrato semiotico dell’etica della responsabilità che in questa conversazione è stato declinato in varie forme e parte dall’etica del manager pubblico che deve agire, decidere, nelle modalità che vi sono state raccontate, scegliendo il bene della città e non solo del potere pubblico che rappresenta. Poi c’è l’etica del progetto, cioè non un’azione qualsiasi, ma un’azione che si misuri con gli effetti che induce, come ha fatto vedere con grande accuratezza Fabrizio Tucci. Poi arriviamo all’etica della condivisione, su cui tornerò perché uno dei punti cruciali, fondamentali. Infine, l’etica della narrazione perché c’è la necessità di cambiare linguaggio, come dicevo, per costruire nuove narrazioni e anche nuove relazioni. In un grande libro, Jean-François Lyotard diceva che il post-moderno è anche la crisi delle grandi narrazioni perché a un certo punto vengono meno le narrazioni che rappresentano il tessuto della nostra comunità.

Allora questo è un quadrato dell’etica che ci serve per parlare del Piano città dell’Agenzia del Demanio. Vedete, l’Agenzia del Demanio avrebbe potuto in maniera utile, efficace, corretta e preziosa redigere il Piano della valorizzazione degli immobili pubblici demaniali all’interno della città. Uno strumento e un’operazione già di per sé preziosa che avrebbe prodotto una “macchina celibe”. Vi ricordate il dibattito sulla “macchina celibe”, all’inizio del Novecento, in Europa, con Marcel Duchamp che si inventa queste macchine autoreferenziali che hanno come unico compito di esercitarsi, di produrre moto, rumore, attività, funzioni che risultano però inutili perché non capaci di relazionarsi. Ecco il Piano della valorizzazione degli immobili pubblici sarebbe stato una macchina celibe involontaria, una macchina prodotta in serie, come diremmo oggi, una macchina senza la capacità di relazionarsi. E come tutte le macchine celibi non solo asfittica e non produttiva, ma anche con il rischio di incattivirsi in questa solitudine contro le macchine serie.

Alla fine degli anni ’70, Umberto Eco in “Lector in fabula” contrappone alla macchina celibe un altro tipo di macchina. Lui la chiama “macchina pigra”. Che cos’è la macchina pigra secondo Umberto Eco? E perché io dico che il Piano città è una macchina pigra?

La macchina pigra è una macchina non autosufficiente, è una macchina che ha bisogno di relazionarsi, ha bisogno di molteplicità, ha bisogno di adattamento, da sola non è in grado di produrre nessun risultato, rimane pigra e sfugge da questa pigrizia nella relazione. Il Piano città del Demanio è una meravigliosa macchina pigra perché è aperto, lo abbiamo visto più volte. Noi siamo stati i primi a vedere questo, e ne faccio un vanto. Qui è partito con alcuni elementi, con alcuni indirizzi, poi si è andato modificando, costantemente si modifica e agisce per coproduzione, perché non è il Piano dell’Agenzia del Demanio, ma è il Piano che si costruisce con i soggetti istituzionali e con tutti i soggetti della società. È una macchina pigra perché è interpretabile, non ammette una sola lettura. Ha bisogno di attivazione, cioè ha bisogno che nella interazione qualcuno la interpreti. Non è Masterplan che invece sarebbe un sistema chiuso. Masterplan è una macchina celibe perché pretende di essere autosufficiente, di dire.

Il Piano città è un sistema molto più complesso e articolato, è un processo interattivo incrementale. Allora questo è, secondo me, uno dei più grandi risultati: avere avuto l’intuizione e anche poi la capacità di produrre uno strumento di difficile denominazione, di difficile incasellamento, perché, se fosse stato uno dei tanti strumenti già posseduti e collocati nella cassetta degli attrezzi, sarebbe stato inefficace, avrebbe scontato l’eccesso di rigore regolativo deterministico, con l’arroganza della capacità di poter agire, cosa che non lo fa più neanche un Comune, non lo fa nemmeno un’agenzia dello Stato che non dice “io sono autosufficiente perché posseggo i beni e posseggo le risorse per agire”. Questa arroganza deterministica di immaginare una funzione, un ruolo senza confrontarsi con la complessità, con la pluralità, persino con l’insorgenza di alcune eresie della contemporaneità e delle condizioni reali che aspetta.

E quindi il problema è: abbiamo bisogno di nuovi strumenti perché gli strumenti che sono stati forgiati per essere le istruzioni della macchina celibe non possono più aiutarci. Abbiamo bisogno di nuovi strumenti e il Piano città è un nuovo strumento. Lo chiamiamo ancora piano perché in questo momento ci è più comodo. Probabilmente strada facendo toglieremo anche questa locuzione perché non è un Piano come nel Novecento. Il problema non è nominale, è che abbiamo bisogno di strumenti completamente diversi, adattabili, flessibili, incrementali, persino ridondanti.

Dalle immagini che vi sono state mostrate avete visto che il Piano città si nutre anche di prototipazione, di esperimenti. Non predetermina tutto, non stiamo nella zona di conforto da cui possiamo dire: “io sto progettando e realizzando una certa funzione che risponda a una domanda data”. Per rispondere a quale domanda? Dovrei sciorinare numeri, modelli predefiniti. E alle domande inespresse, alle domande tacite e ancora sotterranee, cosa rispondo? Non risponderò mai con i vecchi modelli a queste domande inespresse, di cui invece io ho bisogno. Ecco l’invenzione degli usi temporanei, ecco i patti di collaborazione, ecco le sperimentazioni costantemente monitorate. Il monitoraggio mi permette di capire se una funzione che la comunità istituzionale e civica ha ritenuto interessante da sperimentare stia producendo degli effetti. In questo modo, la vado adattando. Altro che orizzonte ventennale di un piano che per vent’anni non posso toccare. Oggi i Piani città, i piani urbanistici, quelli di rigenerazione hanno bisogno di essere un un’azione costante, aperta, interpretabile e attiva.

Veniamo al Piano città di Palermo: quali sono le sue caratteristiche? Intanto è una peculiarità e un’occasione che interseca le temporalità della pianificazione urbanistica del Comune di Palermo. Nei fatti è un pezzo del Piano urbanistico generale, ma anche si alimenta di alcune strategie generali che sono poste in campo dal Piano urbanistico generale. C’è questa consonanza, questa capacità di risuonare insieme. Il Piano città di Palermo è a tutti gli effetti un piano strategico perché negozia, non assume acriticamente decisioni prese dall’Amministrazione comunale che sarebbero legittime per competenza. Ma nemmeno impone una tassellatura di funzioni per cui noi dobbiamo solo prendere atto. Abbiamo fin dall’inizio negoziato, come è giusto che sia. Agisce sui tempi senza presupporre né solo il tempo della contingenza, né soltanto il tempo della lungimiranza. Una costante oscillazione di contingenze, usi temporanei, di attese più lunghe, di progressività, di accumulazione, anche di conoscenze.

Su Palazzo Marchese, quando abbiamo iniziato, non avevamo le stesse idee di oggi. E meno male che non abbiamo cristallizzato una funzione, oggi ci saremmo sentiti bloccati. Ma persino sui due Palazzi della Zecca e delle Finanze, l’intuizione che avevamo avuto è stata adattata. Avevamo pensato che questi sono luoghi in cui l’abitare è la funzione prevalente, non il lavorare. Però questo abitare si è modificato da ipotesi dell’abitare alberghiero a ipotesi dell’abitare universitario e oggi questo abitare universitario è a sua volta una locuzione asfittica e ci piace di più parlare di abitare condiviso per universitari, anche per i nomadi digitali, per alcune tipologie di famiglie che sempre di più le nostre città abitano, che hanno bisogno di una modalità dell’abitare. E poi non soltanto abitare in uno spazio appartato, cioè nell’appartamento. Ma oggi c’è una domanda modulare dell’abitare, una dimensione individuale più ristretta e una dimensione condivisa più allargata per mille motivi di convenienza, di piacevolezza e anche di postura.

Siete una generazione che ha anche modi diversi di abitare. Quando parlo a studenti come voi chiedo sempre come vi trovereste a vivere nella casa dei vostri bisnonni. La trovereste bellissima, meravigliosa ma assolutamente inadeguata, con spazi troppo grandi da un lato, troppo piccoli dall’altro, con altri spazi di cui non sapete nemmeno declinare la funzione, come il tinello.

I demografi dicono che oggi in una città, per la prima volta nella storia dell’umanità, vivono otto generazioni, dal neonato al centenario, ma in realtà sono nove perché chi disegna gli spazi di una città deve tener conto dei non nati. Per chi disegno questa città? Per la generazione centrale che ha bisogno di spazi per produrre e lavorare? Così perdo tutta la vitalità delle nuove generazioni. Lo diceva già Jean Jacobs negli anni 70: attenzione, urbanisti, non abbiate l’arroganza di trascrivere sempre tutto il testo urbanistico, lasciate degli spazi bianchi che dovranno essere riempiti dalle nuove generazioni. Allora capite quanto è complesso fare l’urbanistica degli spazi bianchi? Perché invece l’urbanistica tendeva a occupare tradizionalmente e convenzionalmente tutto lo spazio possibile. Ci servono spazi che non possiamo e non dobbiamo decidere: questa è la cornice del Piano città di Palermo.

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