I TRE EMENDAMENTI DEI RELATORI, OGGI RUSH FINALE
Piano casa, rientrano in campo Demanio e Cdp (se arriva l’ok UE sul PNRR). Introiti da vendite alloggi anche alla riqualificazione
L’Agenzia guidata da Alessandra dal Verme potrà fare operazioni di rigenerazione e riqualificazione del patrimonio abitativo pubblico operazioni con permute di immobili pubblici inutilizzati o sottoutilizzati, non redditizi, non strumentali. A Cdp vanno 10 milioni in forma di Patrimonio destinato, che cresceranno fino a 1.200 se Bruxelles darà il via libera alla revisione del PNRR: non ci sono riserve legislative per alloggi da dare in affitto ai lavoratori, bensì operazioni di edilizia sociale e convenzionata. Chiarito che i contributi per il primo pilastro possono andare non solo agli ex-Iacp ma anche ai Comuni proprietari di alloggi, mentre le vendite delle case ERP non dovranno finanziare necessariamente la riduzione di bilancio ma, come chiedevano le Regioni, anche il recupero del patrimonio abitativo pubblico e, in via residuale, l’acquisto di alloggi sociali. La relatrice Mazzetti (FI) insiste: flessibilità sul 70-30. Chiara Braga (Pd): “Piano casa occasione fallita”. Oggi il voto finale in commissione Ambiente, domani in Aula a Montecitorio per votare la fiducia lunedì.

CDM SUL PIANO CASA
IN SINTESI
Tornano in campo i due grandi soggetti pubblici esclusi dal decreto legge sul Piano casa: Agenzia del Demanio e Cdp. A farli rientrare in partita sono tre emendamenti presentati ieri dai relatori e le riformulazioni ad opera del MIT di altri due emendamenti, cinqu in totale, che probabilmente saranno le uniche modifiche approvate al DL 66. Per ora, sicuramente, sono gli unici emendamenti che hanno avuto il “visto, si approvi” del governo.
L’Agenzia guidata da Alessandra dal Verme potrà fare, a fini di rigenerazione e riqualificazione del patrimonio abitativo pubblico, operazioni di permuta di immobili pubblici inutilizzati o sottoutilizzati, non redditizi, non strumentali. La procedura prevista dalle norme del 2005 (decreto legge 203/2005, art. 11-quinquies, comma 1) approvate per accelerare la dismissione di immobili potrà avvalersi di semplificazioni autorizzative, per esempio in materia di conferenza di servizi. “La proposta normativa – afferma la Relazione illustrativa dell’emendamento 9.019 – si inserisce nel quadro delle politiche pubbliche dirette a valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico quale leva per lo sviluppo sostenibile dei territori, la rigenerazione urbana e il rafforzamento dell’offerta abitativa a finalità sociale”.
A Cdp vanno invece 10 milioni di euro per costituire un Patrimonio destinato (articolo 2447-bis, comma 1, lettera a, del codice civile) per finanziare operazioni di edilizia sociale e convenzionata. I 10 milioni cresceranno fino a 1.200 se Bruxelles darà il via libera alla revisione del PNRR che propone, appunto, di destinare al Piano casa il miliardo e 200 milioni originariamente destinato alla società per l’acquisto di materiale rotabile ferroviario, la cosiddetta RoSCo. Nell’emendamento presentato ieri non ci sono riserve legislative per alloggi da dare in affitto ai lavoratori, come suggeriva la stessa Cassa, bensì operazioni di edilizia sociale e convenzionata in termini generali. Questo non toglie che potrà essere la stessa Cdp ad articolare questo quarto pilastro del Piano casa.
La scelta del Patrimonio destinato – dice la relazione illustrativa dell’emendamento 8.017 – “consente di assicurare separazione contabile e funzionale delle risorse, vincolo di destinazione, tracciabilità degli apporti e dei relativi impieghi, nonché una chiara imputazione dei risultati dell’operazione. Tale struttura permette inoltre di distinguere il rischio economico proprio degli investimenti dagli ordinari flussi di bilancio del Ministero, escludendo garanzie di rendimento, meccanismi di copertura delle perdite o obblighi di restituzione a carico di CdP S.p.A”.
Il terzo emendamento presentato dai relatori, il 2.107, è rilevante soprattutto per i Comuni proprietari di immobili ERP – come Roma Capitale che l’aveva invocato a gran voce – chiarisce in modo definitivo che i contributi per il primo pilastro possono andare non solo agli ex-Iacp ma anche ai Comuni proprietari di alloggi. Sempre graditi ai comuni, ci sono altre due norme dell’emendamento: l’ingresso del Presidente dell’ANCI, l’Associazione nazionale dei Comuni, nella cabina di regia prevista dall’articolo 3 e l’obbligo del rispetto della normativa e della pianificazione territoriale di settore per gli interventi del pilastro 1 inseriti dentro più ampi “programmi dei comuni di contrasto al degrado urbanistico, edilizio, ambientale e sociale o di rigenerazione urbana”. Si tratta di quei programmi di rigenerazione urbana già avviati dai Comuni che possono portare al piano casa una dote finanziaria di 4,8 miliardi facendovi confluire, appunto, interventi di edilizia abitativa.
C’è poi la riformulazione MIT di due emendamenti agli articoli 4 e 5. L’emendamento all’articolo 4 dà la possibilità agli enti proprietari di alloggi ERP di alimentare il Fondo di garanzia per morosità incolpevole per i contratti di locazione nell’ERP con le proprie risorse ricavate da parte dei canoni di locazione versati dai conduttori degli alloggi ERP.
La riformulazione MIT dell’emendamento all’articolo 5 ha un valore politico ancora più rilevante. Non un chiarimento stavolta, ma proprio un’inversione a 360 gradi su una questione che aveva fortemente irritato le Regioni anche nella fase di stesura del parere in Conferenza delle Regioni e in Conferenza unificata: la destinazione dei proventi derivanti dalla eventuale vendita di alloggi ERP. Se la norma originaria del decreto prevede che queste somme vadano alla riduzione “anticipata” del debito degli enti territoriali (Regioni e comuni) o al fondo del TEsoro per l’ammortamento dei titoli di Stato, l’emendamento riformulato prevede che le vendite delle case ERP non dovranno finanziare necessariamente la riduzione di bilancio ma, come chiedevano le Regioni, anche il recupero del patrimonio abitativo pubblico e, in via residuale, l’acquisto di alloggi sociali.
Oggi si dovrebbe concludere il voto degli emendameni in commissione Ambiente, domani il testo è previsto che arrivi in Aula a Montecitorio per votare poi la fiducia lunedì. Ieri i deputati del movimento di Vannacci hanno rallentato i lavori al grido di “prima la casa agli italiani”.
Mazzetti (FI) insiste: serve la flessibilità sul 70-30
Una dichiarazione di un certo interesse è quella di Erica Mazzetti, che è relatrice del provvedimento e capogruppo di Forza Italia in commissione. “Senza la necessaria flessibilità – ha detto Mazzetti – il Piano casa rischia di non partire in gran parte d’Italia”. Il richiamo lla flessibilità, termine usato anche dalla presidente dell’Ance, Federica Brancaccio ai festeggiamenti degli 80 anni dell’associazione, viene declinata da Mazzetti come “rapporto fra edilizia convenzionata pubblica ed edilizia privata libera, in relazione al contesto territoriale, per espandere anche alle aree meno centrali e appetibili la possibilità di fare investimenti necessari, così da non accentrare nelle grandi metropoli già soffocate ma più attrattive dagli investitori, rafforzando anche l’utilizzo del partenariato pubblico-privato, come da codice appalti, in progetti di finanza sostenibili economicamente per realizzare piani di recupero e programmi infrastrutturali di edilizia integrata”. Obiettivi di bandiera, di Forza Italia, e non di Mazzetti in quanto relatrice perché l’ateggiamento del governo sembra oggi tutt’altro che favorevole a questa “flessibilità”.
Chiara Braga (Pd): il Piano casa è un’occasione persa
E’ tornata sul Piano casa anche Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera, intervenendo all’assemblea di Confcooperative. “La questione della casa – ha detto Braga – è una delle grandi emergenze sociali del nostro tempo. Parlare di abitare significa parlare del modello di città e di Paese che vogliamo costruire, della qualità della vita delle persone e delle opportunità offerte alle nuove generazioni. Purtroppo questa legislatura ha mancato appuntamenti importanti: dalla legge sulla rigenerazione urbana alla riforma urbanistica, lasciando irrisolti nodi fondamentali per governare le trasformazioni delle città e contrastare le disuguaglianze. Il decreto all’esame del Parlamento non affronta in modo strutturale il problema”. Per quanto riguarda, più nello specifico, il decreto legge 66, “preoccupa – ha aggiunto Braga – in particolare l’indebolimento dell’edilizia residenziale pubblica, mentre continuano a mancare interventi efficaci sugli affitti a lungo termine e sull’edilizia sociale. A essere penalizzata è anche quella fascia sempre più ampia di famiglie e lavoratori che non rientra nelle condizioni di maggiore fragilità ma che oggi fatica comunque ad accedere a una casa a costi sostenibili. La cooperazione può e deve essere parte della risposta. Colpisce invece che nei provvedimenti del Governo non vi sia alcun riconoscimento del ruolo che il movimento cooperativo ha svolto e può continuare a svolgere nel garantire soluzioni abitative accessibili e innovative”. Per il Partito Democratico “il diritto alla casa deve tornare al centro delle politiche pubbliche, con una strategia nazionale che tenga insieme rigenerazione urbana, edilizia sociale, contrasto allo spopolamento delle aree interne e sviluppo sostenibile delle comunità”.