Oltre il BIM e la GID: il problema dell’autonomia dell’artificiale nell’ambiente costruito

15 Giu 2026 di Angelo Ciribini

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La pubblicazione di alcune bozze normative britanniche e internazionali consente di avviare una riflessione sulle prospettive della digitalizzazione del settore dell’ambiente costruito.

La congiuntura in cui ci si trova vede, infatti, da una parte, una evidente difficoltà da parte degli attori della costruzione e dell’immobiliare nel trarre le debite conseguenze dall’avvento della digitalizzazione, a proposito, specialmente della centralità del dato.

Ciò a cui si assiste è, in effetti, una interpretazione assai analogica del fenomeno, che si traduce nella limitazione all’universo del cosiddetto BIM, con la focalizzazione basata sulla rappresentazione geometrico-dimensionale.

Al contempo, quel che si vuole ignorare, colpevolmente, è che se anche si oltrepassasse questa soglia, per aderire a una concezione autentica della digitalizzazione, essa resterebbe totalmente impregnata in un umano centrismo tale da ragionare su dati strutturati e sulla loro elaborazione e transazione ottimale.

Questa è, ovviamente, stata la traiettoria che, dal 2011 in poi, si è percorsa a partire dalla costituzione dello UK BIM Task Group, essendo che i Britannici furono i primi a trasformare una tecnologia in un dispositivo di politica industriale, o meglio, di strategia, basata sui processi e sui metodi.

Da questo approccio derivarono sia le pre-norme PAS 1192 sia le norme internazionali della serie ISO (EN e UNI) 19650, ma anche, indirettamente, la citazione del tema nella legislazione comunitaria del 2014.

Che cosa sta accadendo oggi, allorché sia le norme internazionali sia la direttiva comunitaria sono in fase di revisione?

Per quanto riguarda le prime, è palese che vi sia un doppio attrito: quello relativo alla riluttanza ad abbandonare una strada che è progressivamente divenuta riconoscibile, ma che, in definitiva, non pare in grado di giungere a una conclusione che non sia analogica, come si anticipava: quello inerente a un oltrepassamento che condurrebbe a favorire una accezione della automazione che ormai, con grande rapidità, si sta istituendo su sistemi artificiali agentici, dapprima, e fisici, in seguito, dotati di una crescente autonomia dall’essere umano, in grado sempre più di possedere una propria rappresentazione interna della realtà, caratterizzati da percorsi mentali (è il casi di dirlo anche per un cervello artificiale) alieni da quelli umani che si potrebbero ripercuotere in relazioni o in azioni affatto coerenti con le istanze che li originano dal punto di vista dei loro generatori umani.

La portata e il rischio che questo passaggio storico comportano sono bellamente ignorati dai più nel settore, per via di una apparente familiarità con i dispositivi linguistici generativi, anche multi-modali, per quanto anche del loro funzionamento si ignorino molti aspetti cruciali.

Eppure, il fatto che si possa sostituire a una infrastruttura informativa una infrastruttura cognitiva dovrebbe allarmare il settore o, almeno, indurlo a porsi il tema del rapporto con queste inedite entità, di fuori da ogni scenario fantascientifico.

Paradossalmente, all’interno di questo paradigma dell’automazione, autonoma, la questione della sostituzione del lavoro umano o del suo potenziamento risulta come secondaria, a fronte della necessità di una comprensione profonda della natura degli strumenti (si fa per dire) che si evolvono considerevolmente a una velocità incompatibile con la mente umana.

Allorché queste logiche aliene fuoriusciranno del tutto dall’universo solo linguistico, la loro conversazionalità diverrà comportamentale: come governarla nel contesto dell’ambiente costruito?

 

 

Non si dimentichi che i tentativi posti in essere nel corso degli ultimi tre lustri rappresentano il legato di una tradizione riformista che è sorta alla metà del secolo scorso nel continente europeo post bellico e che sembra riproporsi in termini simili, a partire dalla questione abitativa e dalla industrializzazione edilizia: in una epoca probabilistica, anziché determinista.

Questa stagione potrebbe preludere, infatti, alla messa in dubbio dell’antropocentrismo all’interno della digitalizzazione, anche laddove essa si proponga di superare le dimensioni documentali.

Del resto, l’Intelligenza Artificiale, nelle sue molteplici espressioni, continua a essere oggetto dell’innovazione tecnologica, ma ha ormai assunto la primazia nella sfera antropologica e umanistica, relativa al senso ultimo delle cose, tanto da porre in dialettica scienze ingegneristiche e cognitive.

Per questa ragione, occorre adottare categorie interpretative non ingenue nel doppio passo di una maturazione digitale di una parte consistente del mercato e, contemporaneamente, predisporre la porzione più avanzata al dialogo con entità che poco abbiano a che fare con la digitalizzazione per come è conosciuta.

 

NOTA BENE: Le immagini sono state generate da Modelli Linguistici Massivi (LLM) su prompt dell’autore.

 

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