LA GIORNATA
Trump “scioccato” da Meloni. Il Fmi taglia la crescita, Pil Italia giù a 0,5%
- Confcommercio: con guerra più lunga Pil +0,3% nel 2026. Rallentamento crescita dovuta a fattori strutturali interni
- Ance: la deroga al patto di stabilità non può attendere
- Aree interne: Foti, approvate 22 nuove Strategie d’area
IN SINTESI
“Giorgia Meloni non vuole aiutarci nella guerra, sono scioccato”: è la risposta che arriva dal Presidente Usa, Donald Trump, alle dichiarazioni della premier italiana che aveva definito inaccettabili le parole di Trump su Papa Leone. “Piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo”, ha detto ieri parlando la telefono con il Corriere della Sera. “E’ lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità”, ha detto ancora Trump. Il presidente Usa riferisce inoltre di non aver parlato con Meloni “da molto tempo”. “Perché non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. E’ molto diversa da quello che pensavo”. Trump critica la premier italiana che un mese fa, in un’altra intervista al Corriere, lui stesso aveva definito un’amica e una grande leader che “cerca sempre di aiutare”. “Non è più la stessa persona, e l’Italia non sarà lo stesso Paese”, commenta oggi il presidente. Ieri nella sua visita al Vinitaly in corso a Verona, Meloni ha risposto a chi le chiedeva perché non avesse criticato subito le dichiarazioni di Trump (nella mattinata di lunedì Meloni aveva inviato un messaggio di augurio al Papa in partenza per un viaggio in Africa, solo successivamente, nel tardo pomeriggio, ha diffuso una dichiarazione sulle parole del presidente Usa). “A me pareva che il post pubblicato alle 8.30 del mattino fosse un segnale chiaro, poi ovviamente servivano parole più chiare e abbiamo detto anche parole più chiare”, ha detto Meloni. “Non so quanti leader le abbiano espresse, questo per quanti dicono che ci sarebbe una sudditanza”, ha aggiunto concludendo la frase con tono sarcastico. “Ferma condanna per attacco del presidente Donald Trump alla presidente Meloni per avere doverosamente espresso solidarietà a Papa Leone”, ha detto la segretaria Dem Elly Schlein in Aula alla Camera. “Siamo avversari in quest’Aula – ha aggiunto – ma tutti cittadini italiani e non accetteremo attacchi o minacce al governo e al nostro Paese”
Fmi: nel 2026 crescita mondiale scende al 3,1%, Per l’Italia i tassi più bassi delle principali economie Ue
Il Fmi taglia la crescita globale al 3,1% nel 2026, lo 0,2% in meno delle stime di gennaio, e conferma al 3,2% quella del 2027, in un’economia sotto pressione per la guerra in Medio Oriente. Nel World economic outlook, il Fondo prevede che un’inflazione al 4,4% nel 2026 (+0,7% sul Weo di ottobre) per poi scendere al 3,7% nel 2027. Il quadro si basa su una “previsione di riferimento” che la guerra abbia “durata, intensità e portata limitate”, tali per cui le perturbazioni si attenuino entro metà 2026 e mantengano un aumento del 19% delle materie prime per l’intero anno. Il rischio è la “più grande crisi energetica dei tempi moderni” con lo scenario peggiore di Pil globale al 2% e inflazione al 6%, pari a una postura recessiva. Nell’area dell’euro, la crescita è attesa dall’1,4% del 2025 all’1,1% del 2026 e all’1,2% del 2027. La previsione, rivista al ribasso dello 0,2% ogni anno rispetto alle stime di gennaio, manda in fumo lo slancio di fine 2025 che “lascia il posto, nel tempo, all’impatto negativo del conflitto in Medio Oriente”. Il Fmi osserva che “agli effetti persistenti del continuo aumento dei prezzi dell’energia” per l’invasione russa dell’Ucraina, che pesa sul manifatturiero”, si è aggiunto l’apprezzamento reale dell’euro “sulle valute dei Paesi esportatori di prodotti simili”. Le incertezze legate alla guerra in Medio Oriente non risparmiano l’Italia: il Fmi ha ribassato le stima di crescita allo 0,5% nel 2026 e nel 2027, con cali dello 0,2% per ciascun anno, riviste su quelle di gennaio. Per la Germania le stime sono di +0,8% e +1,2%, con tagli dello 0,3% per ogni anno. Il Pil della Francia è a +0,9% e a +0,9%, con revisioni al ribasso dello 0,1% e dello 0,3%. Sulla Gran Bretagna la crescita è a +0,8% e a +1,3% (-0,5% e -0,2%), mentre la Spagna è a +2,1% e a +1,8%, con limature dello 0,2% nel 2026 e dello 0,1% nel 2027. In controtendenza le stime economiche per Russia e India. Mosca risulta beneficiare oltre misura dell’aumento dei prezzi delle materie prime con il conflitto in Medio Oriente: il Fmi stima una maggiore crescita dello 0,3% nel 2026, all’1,1%. Lo slancio reggerà con un altro +1,1% anche nel prossimo anno. La crescita di New Delhi è prevista al 6,5% (+0,1% sui dati del Weo di gennaio), grazie al “forte andamento del 2025 e alla riduzione dei dazi Usa” sui prodotti indiani (dal 50 al 10%), compensando l’impatto negativo della guerra. L’ultima versione del World economic outlook accredita l’India di un +6,5% anche per il 2027.In assenza del conflitto di Usa e Israele contro l’Iran, l’istituzione di Washington avrebbe addirittura apportato una “lieve revisione al rialzo della crescita per il 2026 rispetto a quanto previsto nell’Aggiornamento del Weo di gennaio, pari allo 0,1%, portandola al 3,4%”, grazie alla maggiore crescita centrata nel 2025: il 3,4%, un risultato superiore dello 0,6% rispetto alle attese del Fmi.
Tornando allo scenario globale, in assenza del conflitto di Usa e Israele contro l’Iran, l’istituzione di Washington avrebbe addirittura apportato una “lieve revisione al rialzo della crescita per il 2026 rispetto a quanto previsto nell’Aggiornamento del Weo di gennaio, pari allo 0,1%, portandola al 3,4%”, grazie alla maggiore crescita centrata nel 2025: il 3,4%, un risultato superiore dello 0,6% rispetto alle attese del Fmi. La revisione al ribasso per il 2026 riflette in gran parte le perturbazioni derivanti dal conflitto in Medio Oriente, parzialmente compensate dall’effetto di trascinamento dei recenti dati positivi e dalla riduzione delle aliquote tariffarie. Malgrado le modifiche su crescita e inflazione appaiano relativamente modeste a livello globale, il tributo pagato dalla regione del conflitto e dalle economie più vulnerabili, in particolari quelle emergenti e in via di sviluppo importatrici di materie prime, è molto più pronunciato. Per queste ultime, infatti, il taglio è dello 0,3% rispetto all’Aggiornamento del Weo di gennaio, mentre le previsioni rimangono sostanzialmente invariate per le economie avanzate. In uno scenario avverso, ampiamente ancorato alle condizioni di mercato prevalenti verso la fine di marzo, si prevede che la produzione globale scenda al 2,5 per cento, con un’inflazione in rialzo al 5,4 per cento. “Nel nostro scenario severo, che ipotizza distorsioni nei mercati energetici che si protraggono fino all’anno prossimo, unitamente a un disancoraggio delle aspettative inflazionistiche e a un inasprimento delle condizioni finanziarie, l’economia globale si avvicinerebbe a una fase recessiva, con una crescita attestata intorno al 2% per quest’anno e il prossimo, e un’inflazione globale complessiva prossima al 6. Chiaramente, i rischi al ribasso sono enormi”, ha aggiunto Gourinchas. In più, indipendentemente dagli sviluppi geopolitici, potrebbero divampare controversie di natura commerciale. Il ruolo cruciale degli elementi di terre rare nelle catene di approvvigionamento globali costituisce un particolare punto di attrito. Una rivalutazione delle aspettative di profitto relative all’intelligenza artificiale (IA) – o aspettative ridotte sui margini di ricarico sostenibili, a fronte di una concorrenza più intensa – anche qualora si realizzassero guadagni di produttività, potrebbe comportare un calo degli investimenti e innescare un’improvvisa correzione nei mercati finanziari. Deficit di bilancio più ampi e un debito pubblico crescente – partendo da una situazione in cui i margini fiscali risultano già sotto stress – potrebbero esercitare pressioni sui tassi di interesse a lungo termine e, di riflesso, sulle condizioni finanziarie generali. Infine, un’erosione delle istituzioni – inclusa l’indipendenza delle banche centrali e la credibilità della politica monetaria – “potrebbe far aumentare le aspettative inflazionistiche, specialmente in un momento in cui l’inflazione complessiva è in crescita a causa di uno shock sui prezzi più rilevanti. Sul fronte positivo, l’attività economica potrebbe ricevere ulteriore slancio dagli investimenti legati all’IA e anche dall’aumento della spesa per la difesa, stimolato da un’escalation delle tensioni geopolitiche.
Confcommercio: con guerra più lunga Pil +0,3% nel 2026. Rallentamento crescita dovuta a fattori strutturali interni
Il rallentamento della crescita dell’Italia non è imputabile agli shock internazionali, ma a fattori strutturali interni presenti da decenni. Dopo il boom economico, la crescita è progressivamente crollata: dal +4,7% del periodo 1966-1980 all’1,8% tra il 1981 e il 2007, fino allo zero dell’ultimo ventennio, mentre la pressione fiscale è salita dal 25,3% al 42,2%, comprimendo investimenti e sviluppo. Sul piano congiunturale, l’economia italiana mostrava segnali positivi prima del conflitto – inflazione contenuta all’1,5%, consumi e PIL in crescita e occupazione ai massimi – ma le tensioni energetiche legate alla guerra rischiano di ridurre il reddito disponibile e i consumi: nel biennio 2026-2027, la perdita stimata arriva fino a 963 euro per famiglia nello scenario più negativo, con effetti su crescita e occupazione. E le stime di crescita, sempre nello scenario peggiorativo, sono di appena +0,3% per il 2026 e +0,4% per il 2027. E’ il quadro tratteggiato da Confcommercio e presentato al Forum dell’organizzazione in corso a Roma. Un quadro complessivo che resta, dunque, improntato a una sostanziale incertezza e con una forte preoccupazione: senza interventi strutturali su fisco, lavoro, competenze e qualità della contrattazione, il rischio è quello di un nuovo decennio di stagnazione, con effetti permanenti su crescita, occupazione e coesione sociale. Prospettiva che l’Italia non può certo permettersi. Il nodo centrale è rappresentato dalla “fiscocrazia”: eccesso di tasse e burocrazia che riduce l’orizzonte di crescita, penalizza l’innovazione e limita la propensione al rischio imprenditoriale. A questo si sommano tre fattori strutturali: meno capitale per occupato, contrazione dell’offerta di lavoro e riduzione delle competenze. Sul fronte demografico, il Paese ha perso circa 9 milioni di giovani under 30 rispetto agli anni ’80, con effetti diretti sulla capacità produttiva. La leva principale per contrastare il declino è l’aumento della partecipazione femminile al lavoro: un allineamento ai livelli europei consentirebbe, infatti, circa 290mila occupate in più all’anno per il prossimo decennio. Accanto alla quantità, pesa sempre di più la qualità del lavoro: le competenze crescono meno della domanda delle imprese e l’obsolescenza professionale riduce la produttività e la capacità di adattamento del sistema economico. In questo contesto, il terziario di mercato si conferma il vero motore dell’economia italiana: tra il 1995 e il 2025 ha creato quasi 4 milioni di posti di lavoro, a fronte di un calo nell’industria e nella pubblica amministrazione. Il modello competitivo del Paese si fonda sempre più sull’integrazione tra beni e servizi, il cosiddetto “Sense of Italy”, che rappresenta la principale domanda internazionale verso l’Italia. Tuttavia, questo sistema è indebolito da distorsioni interne come il dumping contrattuale: nel terziario circa 154mila lavoratori sono coinvolti in contratti meno tutelanti, con perdite fino a 8mila euro annui, assenza di welfare e effetti negativi sulla concorrenza e sulla produttività. Il fenomeno genera anche un impatto sulla finanza pubblica, con un minor gettito contributivo e tributario di circa 560 milioni nel 2025.
Fmi, stop a Patto di stabilità? Paesi Ue mantengano la riduzione deficit
“Molti Paesi europei sono impegnati per ridurre i deficit fiscali. E’ molto importante mantere il passo, non deviare, proseguire il riallineamento fiscale”. E’ quanto ha detto il capo economista del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas, rispondendo a una domanda se fosse opportuno l’allentamento del Patto di Stabilità europeo di fronte alle difficoltà economiche. Gourinchas ha ricordato che le recenti crisi, come la pandemia del Covid-19, sono state affrontate con spese pari al 2-3% del Pil, finanziate con nuovo debito.
Germania: +4,1% annuo prezzi all’ingrosso marzo, maggior incremento da 3 anni
In Germania i prezzi di vendita all’ingrosso sono aumentati del 4,1% a marzo rispetto allo stesso mese del 2025. Su base mensile l’aumento e’ stato del 2,7%. Lo comunica Destatis. Si tratta dell’incremento annuo piu’ significativo da tre anni (a febbraio 2023 la variazione e’ stata del 9,5% sull’anno precedente) ed e’ decisamente superiore agli incrementi segnati nei tre mesi precedenti che erano stati nell’ordine dell’1,2%. Secondo l’ufficio federale di statistica, l’incremento di marzo e’ l’effetto dei conflitti in corso in Medio Oriente che hanno provocato un aumento soprattutto dei prezzi all’ingrosso dei prodotti energetici e delle materie prime.
Salvini, con Giorgetti c’è l’idea del blocco del conto energia per il 2026
“La situazione economica per milioni di italiani rischia di diventare sempre più complicata, io penso alle soluzioni che stiamo ipotizzando tra cui, ci stavo ragionando con il ministro dell’Economia Giorgetti, il blocco del conto energia, del conto bollette, luce, gas al pre-guerra in Iran per tutto il 2026”: è quanto ha detto ieri il vicepremier Matteo Salvini in un’intervista radiofonica. L’Ue “a noi chiede rigore” ma “la situazione è delicata. O Bruxelles se ne accorge, o la sveglia gliela suoniamo noi”, ha detto. “Se si può derogare tutti insieme al Patto di stabilità, bene così. Altrimenti saremo costretti a procedere da soli, e voglio vedere se qualcuno aprirà un’infrazione se oseremo aiutare le imprese e le famiglie italiane in difficoltà visto l’aumento del costo dell’energia”. Il titolare del Mit ha poi ribadito che “non possiamo fare a meno a lungo del gas e del petrolio russo” e, per questo, è “pienamente d’accordo con l’ad di Eni Descalzi” sullo stop al bando del gas russo dal 2027. “Non sono filoputiniano, ma sono un realista e un pragmatico. Tra Russia e Ucraina nessuno dei due vincerà la guerra sul campo, prima prevale la diplomazia e meglio è”.
Ance: con Hormuz la deroga al patto di stabilità non può attendere
“Ha ragione il Ministro Salvini a sollecitare anche oggi un immediato intervento europeo per affrontare questa emergenza energetica senza precedenti. Se non lo facciamo ora, allora quando?”. A dichiararlo è la presidente Ance, Federica Brancaccio. “Il proseguire del conflitto nel Golfo con il blocco dello stretto di Hormuz sta determinando una situazione insostenibile a livello energetico che ha pesanti ricadute anche nel nostro settore impegnato in tanti cantieri strategici, in vista soprattutto della chiusura del Pnrr”, spiega Brancaccio, che aggiunge: “Le imprese sono schiacciate tra il rispetto intoccabile dei tempi di chiusura e materiali introvabili o con prezzi alle stelle.” Reagire subito a livello nazionale ed europeo dunque appare fondamentale, come suggerito in questi giorni anche dal Ministro dell’economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, se non si vogliono azzerare tutte le prospettive di crescita che faticosamente
erano state costruite dopo il periodo pandemico. Si tratta, d’altronde, come sancito da tutte le istituzioni nazionali ed europee, di una “situazione senza precedenti e con contorni del tutto imprevedibili”. Per questo, continua la presidente dei costruttori, “fa bene il Governo italiano a chiedere un intervento
immediato e noi forze produttive di questo Paese non possiamo che sostenere e amplificare questa richiesta, affinché abbia quanto prima riscontro positivo”.
“La storia, d’altronde, ci ha insegnato più volte che intervenire per prevenire una crisi ènanche molto più conveniente che dover poi tamponarne gli effetti”, conclude Brancaccio.
Assobeton: prefabbricazione in calcestruzzo sotto pressione, la guerra riaccende l’emergenza costi
Assobeton lancia un nuovo e urgente allarme: il perdurare delle tensioni geopolitiche nel Golfo Persico, nonostante la fase di cessate il fuoco, rappresenta una minaccia concreta per le imprese di prefabbricazione e per l’intera filiera delle costruzioni. Il blocco dello Stretto di Hormuz e lo stallo dei negoziati internazionali mantengono elevata l’incertezza sui mercati energetici, con effetti diretti sulla sostenibilità industriale, sulla pianificazione produttiva e sull’equilibrio economico dei cantieri. L’aumento dei prezzi di petrolio, carburanti, gas naturale ed energia elettrica – fattori chiave per la produzione, il trasporto e il montaggio dei prefabbricati – non si limita più a generare pressioni sui costi, ma rischia di compromettere la continuità operativa dell’intero sistema delle costruzioni. Un quadro che mette sotto pressione un comparto da oltre 4 miliardi di euro, con oltre 12 mila addetti, strategico per l’intera filiera edilizia e per la realizzazione dei grandi investimenti industriali, logistici e commerciali, oltre che delle opere infrastrutturali del Paese. L’aumento dei costi energetici e dei carburanti si riflette infatti sull’intero ciclo produttivo: dalla produzione di cemento e materiali ferrosi alla lavorazione dei coibenti, dai materiali per impermeabilizzazione ai costi di trasporto, sollevamento e movimentazione. “Il rischio concreto – sottolinea il presidente Assobeton – è quello di una progressiva paralisi dei cantieri e di un congelamento delle decisioni di investimento, proprio mentre il Paese avrebbe bisogno di continuità realizzativa, certezze contrattuali e piena capacità industriale per rispettare i programmi in corso, inclusi quelli legati al PNRR.” Le conseguenze si stanno già propagando lungo tutta la filiera: rallentamento degli ordini, maggiore prudenza degli investitori, contrazione della domanda di materie prime e componenti, difficoltà per fornitori e subfornitori, fino al rischio concreto di sospensione o rinvio dei cantieri. È un effetto domino che può tradursi in una riduzione della produzione industriale collegata, in tensioni occupazionali e in un generale rallentamento della capacità del sistema costruzioni di rispondere alla domanda di mercato. L’aumento generalizzato dei prezzi delle materie prime, dei semilavorati e dei fattori energetici destinati al settore delle costruzioni non può più essere letto come un fenomeno transitorio. Dopo la stagione eccezionale della super inflazione post invasione dell’Ucraina, il comparto si trova oggi davanti a una nuova fiammata dei costi, innescata dalle tensioni geopolitiche, con ulteriori incrementi attesi nelle prossime settimane. In assenza di una chiara correlazione tra aumenti applicati e costi reali, tali dinamiche rischiano inoltre di produrre effetti speculativi e distorsivi lungo la filiera, mentre un mercato più incerto tende a rinviare o congelare i progetti, aggravando ulteriormente l’equilibrio economico delle imprese. “I costi della prefabbricazione hanno già superato i picchi del 2022, ma il mercato oggi non è in grado di assorbirli. L’incertezza, i tassi di interesse in aumento e il progressivo esaurimento della spinta del PNRR stanno comprimendo la domanda, esponendo il settore a un concreto rischio di crisi sistemica.” La principale area di criticità riguarda oggi i contratti e gli appalti privati, dove, a differenza del settore pubblico, continuano troppo spesso a mancare meccanismi chiari, automatici e condivisi di adeguamento dei prezzi. In questo vuoto regolatorio, gli effetti dell’aumento strutturale dei costi vengono trasferiti quasi integralmente sui produttori, che finiscono per svolgere il ruolo di cuscinetto tra fornitori a monte e clienti a valle, pur in presenza di una marginalità già fortemente compressa.
Assobeton richiama quindi con forza la responsabilità dei committenti privati, dei general contractor e di tutti gli operatori della filiera nell’adottare criteri oggettivi, trasparenti e verificabili di revisione dei prezzi. In una fase dominata da volatilità, incertezza e tensioni sugli approvvigionamenti, servono approcci contrattuali più maturi e un’assunzione di responsabilità collettiva per evitare che una crisi esterna si trasformi in una crisi sistemica per l’intera filiera delle costruzioni. “Le imprese non possono essere lasciate sole ad assorbire l’impatto di una crisi che nasce fuori dal perimetro aziendale ma si scarica integralmente sui contratti in corso”, sottolinea il presidente di ASSOBETON. “Senza criteri oggettivi di adeguamento prezzi, tempestività nelle decisioni e una maggiore responsabilità da parte di tutta la filiera, il rischio è compromettere la continuità dei lavori, gli investimenti e la tenuta industriale del comparto”.
Fs, ritardi e disservizi per un guasto tecnico sul nodo di Napoli
A causa di un guasto tecnico agli impianti di circolazione sulla linea Alta velocità Napoli-Roma si sono registrati ieri ritardi fino a 180 minuti. I primi disagi si sono creati a partire dalle 6 del mattino. La situazione è poi tornata progressivamente alla normalità. I treni hanno percorso itinerari alternativi con ritardi e modifiche. Il guasto ha interessato il sistema di comunicazione GSM-R: sono state effettuate le verifiche da parte dei fornitori di Rete Ferroviaria Italiana per l’accertamento delle cause del disservizio. Proseguono le attività di assistenza e informazione ai viaggiatori a bordo dei treni coinvolti e nelle stazioni, organizzato anche un servizio bus per venire incontro alle esigenze di mobilità. “È evidente che quanto accaduto non è riconducibile a eventi imprevedibili come il maltempo, bensì a un’azienda privata che fornisce un servizio a Rfi. Per questo motivo, l’auspicio di Salvini è che, al di là delle tradizionali procedure di salvaguardia e rimborso per i viaggiatori da parte di Trenitalia, Rfi si rivalga sui responsabili”, hanno riferito fonti del Mit.
Aree interne: Foti, approvate 22 nuove Strategie d’area
“L’approvazione unanime delle 22 Strategie d’Area della programmazione 2021–2027 per le Aree interne rappresenta un risultato positivo e un punto di partenza importante per imprimere una reale accelerazione a questa fase”. A dichiararlo è stato il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione Tommaso Foti, presiedendo la Cabina di regia a Palazzo Chigi con Regioni, Ministeri e amministrazioni competenti. “È ora necessario – prosegue il ministro – che all’efficienza del governo Meloni si accompagni anche la celerità delle Regioni, fino ad oggi non registrata, così che sia possibile completare l’iter istruttorio delle restanti Strategie e raggiungere la piena operatività delle 43 nuove aree interne individuate nell’ambito del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (Psnai). Permangono tuttavia forti criticità legate alla programmazione 2014–2020, con risorse ancora in larga parte non impegnate o non spese: una situazione inaccettabile, soprattutto per territori fragili che attendono risposte concrete su servizi essenziali come sanità, scuola e trasporti. È indispensabile un’assunzione di responsabilità e una piena collaborazione tra tutti i livelli istituzionali affinché le risorse disponibili si traducano finalmente in interventi concreti. Lasciare ferme queste risorse, in un contesto di crescente scarsità di fondi, non è più tollerabile. Parallelamente – aggiunge Foti – insieme al Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, abbiamo dato seguito agli impegni assunti per la prevenzione del rischio sismico nelle aree interne, attraverso lo stanziamento di 200 milioni di euro e la pubblicazione di un apposito bando pubblico dedicato. La misura è rivolta agli edifici pubblici, alle elisuperfici e alle opere d’arte stradali situate nelle zone sismiche 1 e 2, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza, ridurre i rischi e sostenere la resilienza dei territori più vulnerabili, inclusi i Comuni periferici e ultraperiferici non ancora ricompresi nella Strategia nazionale” conclude Foti.
Amministrative 2026, il Vademecum Anci con gli adempimenti per la tornata elettorale di maggio
Un pratico strumento di consultazione e guida per supportare in modo completo e dettagliato le amministrazioni comunali in vista della prossima tornata elettorale. Questo vuole essere il Vademecum per le elezioni amministrative di aprile-maggio 2026 redatto dall’Anci e che si rivolge alle amministrazioni coinvolte nel prossimo appuntamento elettorale che, come previsto dal decreto 25 febbraio 2026 del ministro dell’Interno, si terrà nelle giornate di domenica 24 maggio e lunedì 25 maggio 2026 con eventuale turno di ballottaggio per l’elezione diretta dei Sindaci domenica 7 giugno e lunedì 8 giugno. Il Vademecum offre un quadro definito dei compiti e delle procedure da seguire per la presentazione delle liste elettorali, nonché delle modalità di elezione del Sindaco e del Consiglio comunale, ponendo particolare attenzione alle normative vigenti in materia di comunicazione istituzionale e trasparenza elettorale. Inoltre, per i soli Comuni che andranno al voto il 24 e 25 maggio, delinea un calendario dettagliato degli adempimenti da rispettare, con specifiche date e scadenze, al fine di garantire una gestione efficace e organizzata delle attività pre e post-elettorali.
Mit: intesa Salvini,Fugatti e Stefani su Valdastico e holding autostradale
Aeroporti, Uiltrasporti, bene Masterplan 2046 di Fiumicino. Sviluppo condiviso tra infrastrutture, intermodalità e valorizzazione del lavoro
“Un progetto che consolida il ruolo dello scalo aeroportuale romano come hub strategico per il Paese ed in Europa”: è il giudizio espresso dalla Uiltrasporti Nazionale e dalla Uiltrasporti Lazio in merito agli sviluppi del Masterplan 2046 per l’aeroporto di Fiumicino. “L’ampliamento infrastrutturale rappresenti una straordinaria opportunità per promuovere un modello di sviluppo dove l’efficienza dei trasporti e la centralità dei lavoratori procedano in piena sinergia”, sottolineano. “Il Masterplan è un’occasione di crescita che accogliamo con favore, poiché proietta lo scalo di Fiumicino in una dimensione di eccellenza tecnologica che deve essere accompagnata dall’attenzione all’ambiente ed alle persone, passeggeri, lavoratori e cittadini del territorio, in una logica di sostenibilità” dichiarano il segretario nazionale Ivan Viglietti e il segretario regionale del Lazio Giuliano Scarselletti della Uiltrasporti, dopo aver incontrato l’amministratore delegato di Aeroporti di Roma, Marco Troncone. “In questo scenario, crediamo sia fondamentale la valorizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, che rappresentano il vero motore della competitività aeroportuale. Il futuro del “Leonardo da Vinci” passa per un approccio integrato che metta a sistema due temi chiave: Intermodalità e Connessione con il Territorio. Un aeroporto moderno deve essere un nodo perfettamente integrato con le reti di trasporto regionali e nazionali, facilitando gli spostamenti e riducendo l’impatto ambientale per l’intero quadrante di Fiumicino. Chiediamo che il piano – continuano Viglietti e Scarselletti – preveda anche parcheggi adeguati e funzionali per il personale, integrati da un sistema di collegamenti interni rapido ed efficiente. Migliorare l’accessibilità alle aree di lavoro non è solo una necessità logistica, ma un gesto concreto di attenzione al benessere lavorativo e alla sicurezza di migliaia di operatori. Siamo pronti a un confronto costruttivo – concludono – L’obiettivo è fare in modo che la crescita di Fiumicino si traduca in un progresso condiviso, capace di offrire infrastrutture all’avanguardia per passeggeri e cittadini del territorio e condizioni e qualità del lavoro di eccellenza, a beneficio della comunità aeroportuale e dello sviluppo del Lazio.”
Aeroporti europei: fino a 75 miliardi di euro di ebitda a rischio nei prossimi 20 anni
Aeroporti sempre più pieni, ma non necessariamente più redditizi. A distanza di pochi anni dalla ripresa del traffico post-pandemico, il settore aeroportuale europeo si trova a gestire un paradosso: volumi in crescita, ma margini sotto pressione e prospettive di lungo periodo più incerte. Stando allo studio European Airports Add New Routes to Value Creation, condotto da BCG in collaborazione con Airports Council International Europe (ACI Europe) su oltre 50 aeroporti nel Vecchio Continente, prima del 2020 tali infrastrutture vivevano un periodo florido, trainato dalla crescita del traffico passeggeri e dalla rapida espansione dei vettori low-cost (LCC). In media, i gestori aeroportuali riuscivano a mantenere margini EBITDA intorno al 45% e a finanziare investimenti significativi in infrastrutture, tecnologia e miglioramenti dei servizi. «Il sistema aeroportuale europeo resta un pilastro fondamentale per la crescita economica e la connettività del continente. Tuttavia, l’aumento del traffico non si traduce più automaticamente in creazione di valore», commenta Gabriele Ferri, Managing Director e Partner di BCG, autore dello studio. «Pressioni strutturali sui ricavi unitari, l’incremento dei costi operativi e degli investimenti necessari per lo sviluppo delle infrastrutture potrebbero mettere a rischio fino a 75 miliardi di euro di ebitda per il settore nei prossimi vent’anni». Il flusso di viaggiatori, che prima della pandemia cresceva a un ritmo medio annuo di circa il 5%, è destinato a rallentare tra il 2,0% e il 2,5% fino al 2043. A incidere su questa frenata l’impatto combinato di politiche di sostenibilità più stringenti, aumento dei costi per le compagnie aeree e una maggiore pressione competitiva, con un possibile calo del traffico cumulato fino al 10% nei prossimi due decenni. Parallelamente, si indebolisce il legame tra domanda di mobilità e ricavi. I proventi aeronautici per passeggero sono scesi da 18 euro nel 2015 a 14 euro nel 2023 e potrebbero ridursi ulteriormente fino a circa 11 euro entro il 2043. Anche le attività non aeronautiche, come retail e ristorazione, riscontrano difficoltà a causa di modelli commerciali non più allineati all’evoluzione della domanda. A queste dinamiche si aggiunge l’incremento dei costi operativi, che crescono a un ritmo superiore all’inflazione, trainati soprattutto dal costo del lavoro, dell’energia e dei materiali. Nel lungo periodo, la carenza di manodopera specializzata potrebbe portare i costi del lavoro a circa 15 euro per passeggero entro il 2043. Il quarto elemento riguarda gli investimenti infrastrutturali. Entro il 2030, il traffico passeggeri crescerà di circa 940 milioni rispetto al 2015, mentre la capacità si espanderà solo di circa 350 milioni, ampliando il divario tra domanda e offerta. Allo stesso tempo, diventa sempre più oneroso aggiungere nuova capacità: il CapEx per passeggero incrementale è previsto crescere da circa 160 euro nel 2025 a circa 220 euro entro il 2043. Questo scenario sta già incidendo sulla redditività e sull’attrattività del settore per gli investitori, con una contrazione evidente dei rendimenti rispetto al periodo pre-covid: prima della pandemia, il comparto generava un rendimento totale per gli azionisti di circa il 15%, ma da allora è diminuito di 13 punti percentuali. Di fronte a queste pressioni, «gli aeroporti stanno già reagendo, ponendo crescente attenzione al valore per il passeggero e accelerando sulla trasformazione digitale, priorità per oltre il 60% degli operatori intervistati», spiega Gabriele Ferri. L’adozione di soluzioni digitali e basate sull’intelligenza artificiale è infatti tra le principali leve di risposta: oltre il 90% dei grandi aeroporti ha già avviato iniziative in questo ambito, con un potenziale miglioramento fino a 3 punti percentuali dell’EBITDA, grazie a una maggiore efficienza operativa e a un migliore utilizzo della capacità esistente. Accanto alla digitalizzazione, il 90% degli aeroporti di medie dimensioni sta riequilibrando il proprio mix di traffico per ridurre la dipendenza dai vettori low-cost e puntando su segmenti a maggiore rendimento, come il lungo raggio e il turismo premium. Parallelamente, cresce l’attenzione allo sviluppo dei ricavi non aeronautici, attraverso il rinnovamento delle aree retail, modelli omnicanale e offerte personalizzate basate sui dati dei passeggeri. Queste iniziative, tuttavia, non sono sufficienti se affrontate in modo isolato. «Per cogliere appieno queste opportunità sarà necessario un approccio sistemico, che rafforzi la collaborazione tra tutti gli attori dell’ecosistema al fine di sostenere una creazione di valore condivisa e duratura», conclude Ferri. Se si pensa a quanto gli scali europei siano centrali per la crescita economica del continente, la sua competitività e il suo posizionamento a livello globale, unire le forze resta la migliore strategia possibile.
Vertenza Natuzzi, sindacati: proposta aziendale irricevibile, pronti a mobilitazione
Assemblee territoriali, coinvolgimento delle istituzioni, assemblea pubblica con i media, presidi permanenti davanti agli stabilimenti, scioperi articolati e anche una possibile manifestazione nazionale a Roma: sono le iniziative decise dai sindacati di categoria FenealUil, Filca-Cisl, Fillea-Cgil e Filcams, Fisascat, Uiltucs, insieme alle Rsu e alle Rsa del Gruppo Natuzzi, per contrastare le gravi decisioni unilaterali annunciate dall’azienda di Santeramo in Colle. “Siamo fortemente contrari alla nuova proposta aziendale – dichiarano le 6 sigle in una nota – giudicata un netto passo indietro rispetto al confronto avviato nei giorni precedenti. Dopo oltre trenta ore di trattativa l’azienda ha disatteso il documento condiviso senza fornire motivazioni di merito, parlando genericamente di un peggioramento del quadro economico. Il nuovo piano – proseguono i sindacati – segna un cambio radicale: una ristrutturazione unilaterale, priva di prospettive industriali e limitata al breve termine, che rischia di compromettere il futuro produttivo e occupazionale del territorio. Particolarmente critiche risultano la delocalizzazione di attività, la riduzione del personale attraverso esodi incentivati e ammortizzatori sociali, nonché il rischio di trasferimenti forzati e l’aumento significativo della cassa integrazione.
Inaccettabile anche la proposta di incentivo all’esodo, priva di reali garanzie e strumenti di accompagnamento. Per questi motivi respingiamo con fermezza un piano che appare come una dismissione e non come un rilancio industriale, ribadendo la necessità di soluzioni sostenibili, volontarie e con tempi certi”, concludono.
Tim: prorogata la long stop date per la cessione di Sparkle
TIM, nell’ambito della cessione di Sparkle, il cui perfezionamento è atteso per il secondo trimestre del 2026, comunica di aver firmato con Boost BidCo, veicolo controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e partecipato da Retelit, un accordo che proroga al 15 ottobre 2026 la long-stop date per la chiusura dell’operazione.
Legambiente presenta il focus “Energia Condivisa: costruire comunità per un futuro 100% rinnovabile
In Italia le Configurazioni di Autoconsumo, e in particolare le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), si consolidano come leve strategiche per contrastare la crisi climatica e la povertà energetica, contribuendo a liberare il Paese dalla dipendenza delle fossili – sempre più al centro dei conflitti internazionali – e rafforzando coesione e sviluppo dei territori. La conferma arriva dal nuovo focus di Legambiente “Energia Condivisa: costruire comunità per un futuro 100% rinnovabile”, che fa il punto della situazione in Italia, ma anche delle tre realtà vincitrici della terza edizione del Premio Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali, promosso dall’associazione ambientalista in collaborazione con Generali Italia, e premiate oggi a Roma. Realtà che ben testimoniano l’azione e l’energia condivisa che arriva dai territori in chiave solidale.
Secondo i dati del GSE aggiornati a dicembre 2025, in Italia sono 1.561 le configurazioni relative all’autoconsumo (definite dal TIAD*), in aumento di quasi il 40% rispetto a settembre 2025 (erano 1.127), per un totale di 148.539 kW distribuiti su 2.222 impianti che coinvolgono 13.835 utenze. Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano la quota più significativa: quasi il 58% delle configurazioni, per un totale di 904 realtà che coinvolgono cittadini, imprese, associazioni e territori, per 94.962 kW complessivi, distribuiti su 1.429 impianti, a beneficio di 8.653 utenti, e circa il 64% del totale nazionale della potenza installata. Un’altra quota rilevante (21,4% delle configurazioni) è costituita dai 335 Gruppi di Autoconsumatori di Energia Rinnovabile che agiscono collettivamente, per un totale di 7.647 kW, distribuiti in 423 impianti che coinvolgono 3.539 utenti (famiglie, condomini, negozi, piccole imprese) e il 30,2% del totale nazionale della potenza installata. Tra le Regioni che presentano il maggior numero di configurazioni di autoconsumo, emergono la Lombardia, il Piemonte, la Sicilia e il Veneto che insieme raccolgono il 48,8% del totale. Nello specifico, la Lombardia è prima per il maggior numero di configurazioni di autoconsumo (240), di CER (145) e di Gruppi di Autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente (62). Segue il Piemonte con 198 configurazioni di autoconsumo, 124 CER e 57 gruppi di Autoconsumatori Collettivi. Poi la Sicilia con 180 sistemi di autoconsumo, di cui 96 CER, ma che non eccelle nel numero di gruppi di Autoconsumatori collettivi (13); e il Veneto con 143 sistemi di autoconsumo, 95 CER, 31 gruppi di Autoconsumatori Collettivi.
Di fronte a questi numeri positivi Legambiente torna a denunciare i ritardi nomativi, le incertezze regolatorie e le procedure complesse che bloccano un pieno sviluppo delle CER, lanciando al Governo 7 azioni prioritarie d’intervento:
1. Accelerare l’entrata in vigore dello scorporo in bolletta, detraendo per gli utenti attivi direttamente il valore dell’energia condivisa dai costi in fattura.
2. Una riforma degli incentivi per le CER, sulla base di tecnologie e dell’energia condivisa, rendendo semplice la ripartizione tra i membri, adottando modelli facilmente comunicabili e verificabili, prevenendo conflitti interni e rafforzando la fiducia nel sistema.
3. Sbloccare le connessioni e modernizzare le reti di distribuzione, rivendendo il meccanismo della saturazione virtuale, prevenendo gli ostacoli che spesso bloccano i piccoli impianti.
4. Un pieno riconoscimento e incentivazione delle Comunità Energetiche Rinnovabili Termiche per accelerare decarbonizzazione e l’autonomia energetica.
5. Rendere il portale GSE “CER-friendly” consentendo l’ingresso e l’uscita dei membri, l’aggiunta di nuovi impianti e l’aggiornamento delle configurazioni.
6. Definire bandi e strumenti allineati alle regole nazionali e compatibili con gli incentivi esistenti, accompagnati da supporto pratico (orientamento, assistenza tecnica, tempi adeguati e materiali standardizzati) per ridurre gli ostacoli culturali e legati alla scarsa conoscenza nella realizzazione delle CER.
7. L’eliminazione del termine del 31 dicembre 2027 dell’attuale quadro normativo delle CER, mantenendo invariato il contingente complessivo di 5 GW previsto, coniugando l’esigenza di continuità e certezza regolatoria con quella di preservare l’impianto quantitativo vigente.
Premio C.E.R.S 2026: Da un lato i ritardi e gli ostacoli normativi, dall’altro il fermento dei territori da cui emergono esempi virtuosi che trasformano la transizione energetica in opportunità sociale. Sono 3 le storie premiate da Legambiente, grazie alla giuria di esperti, nella terza edizione del Premio Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali, realizzato in collaborazione con Generali Italia, a cui hanno partecipato 60 candidati (di cui 49 ammessi) per una potenza complessiva di 36.386,75 kW, prevalentemente da fotovoltaico e in parte da idroelettrico. Delle realtà valutate circa il 43% ha coinvolto amministrazioni comunali nella loro costituzione e circa il 69% gli Enti del Terzo Settore (ben 148 soggetti). A trionfare ottenendo il primo posto “KönCeRT Società Cooperativa Impresa Sociale”: CER del Trentino-Alto Adige (TN), composta da 381 soci tra cittadini, associazioni, imprese che, in meno di tre anni, ha registrato una crescita costante, aumentando progressivamente l’impiego di energia da fonti rinnovabili (pannelli fotovoltaici su tetti e coperture), promuovendo democrazia energetica, inclusione e benefici per il territorio, contrastando la povertà energetica. Al secondo posto la “CER Elba” dell’Isola d’Elba (LI), in Toscana: conta 202 membri tra associazioni territoriali, amministrazioni comunali e cittadini, impegnati nella tutela ambientale, nel risparmio energetico, nella diffusione delle rinnovabili e nell’autosufficienza energetica. Basata su pannelli solari su tetti e coperture e impianti fotovoltaici, l’iniziativa partecipa al progetto europeo CO₂ Pacman per la riduzione dell’impronta carbonica. Infine, rimanendo in Toscana (LU), al terzo posto la “CER-Capannori” che conta 106 membri (cittadini, PMI, associazioni) mirando a ridurre le emissioni e migliorare la qualità dell’aria e la resilienza energetica, a contenere i costi valorizzando l’autoconsumo e la produzione locale e a rafforzare la dimensione comunitaria attraverso partecipazione e condivisione dell’energia prodotta da impianti fotovoltaici su tetti e coperture. Giunto alla terza edizione, il Premio C.E.R.S ha assegnato riconoscimenti complessivamente a 13 realtà nel corso degli anni.
Invel Real Estate ottiene un finanziamento da 65 milioni di euro da UniCredit per accelerare la crescita di YellowSquare in Italia
Invel Real Estate, primario operatore di real estate private equity, ha finalizzato un finanziamento da 65 milioni di euro con UniCredit a sostegno dello sviluppo del Fondo Yellow, fondo di investimento alternativo dedicato all’ospitalità ibrida, interamente sottoscritto da Invel e gestito da Castello SGR. Le risorse saranno destinate all’acquisizione e allo sviluppo di oltre 2.000 posti letto, che saranno gestiti da YellowSquare nelle principali città italiane a maggiore vocazione internazionale. Particolare attenzione sarà rivolta a progetti di rigenerazione urbana e a soluzioni edilizie sostenibili. Il finanziamento è inoltre destinato a qualificarsi come green loan, a conferma dell’impegno della piattaforma sui temi ESG. L’operazione si inserisce nel percorso avviato con la joint venture strategica tra Invel e YellowSquare, costituita a gennaio 2025, che ha gettato le basi per l’attuale piano di espansione in Italia. Oggi YellowSquare conta circa 1.200 posti letto operativi e questo finanziamento rappresenta un momento chiave per la crescita della piattaforma, rafforzandone l’ambizione di diventare uno dei principali operatori dell’ospitalità ibrida nel Sud Europa. I nuovi sviluppi si distingueranno per design innovativo e soluzioni sostenibili, con l’obiettivo di offrire spazi accoglienti, sicuri e pensati per favorire la connessione tra gli ospiti. Per Invel il finanziamento consente di crescere rapidamente in uno dei mercati turistici più attrattivi d’Europa e conferma al contempo il supporto di un primario istituto finanziario come UniCredit a iniziative promosse da operatori esperti e piattaforme già consolidate. Gabriele Magotti, Chief Investment Officer, Invel Real Estate, ha dichiarato: “Questo finanziamento rappresenta un passaggio importante nel proseguimento del percorso di crescita di YellowSquare e un forte segnale di fiducia nei nostri obiettivi. Siamo lieti di collaborare con UniCredit per sostenere la prossima fase di sviluppo in Italia, che si inserisce in una più ampia strategia di crescita della piattaforma nei principali mercati urbani dell’Europa meridionale. Al di là delle dimensioni dell’operazione, l’accordo conferma la solidità della joint venture avviata nel 2025 e la nostra convinzione nel potenziale di lungo periodo dell’ospitalità ibrida come asset class istituzionale”.
Altea Green Power. da Mase ok a progetto Bess da 60 Mw in Piemonte
Altea Green Power che il Mase (Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica) ha autorizzato il progetto di un impianto elettrochimico di accumulo (Bess) della potenza di 60 MW in Piemonte, nel Comune di Vignole Borbera (AL), denominato RPC Vignole. Il progetto, spiega una nota, si inserisce all’interno di un framework strutturato di iniziative Bess sviluppate dalla Societa’, che prevede un percorso autorizzativo progressivo e coordinato. L’ottenimento di questa ulteriore autorizzazione attesta il track record positivo di progetti Bess autorizzati – che superano i 500 MW – e riflette la solidita’ del portafoglio progetti, rappresentando una base significativa per la generazione dei ricavi nei prossimi esercizi. ‘Il completamento dell’iter autorizzativo in circa 24 mesi testimonia inoltre l’efficacia del nostro approccio operativo e la capacita’ di coordinare con efficienza tutte le fasi del processo’, ha detto l’ad Giovanni Di Pascale.
Sogin, per decommissioning e nuovo nucleare il fattore tempo è importante
“Quando il ministro dice che l’Italia è piena di depositi è vero io non conosco i depositi del settore sanitario, io parlo dei depositi del ciclo di produzione elettronucleare, sono 33 di cui 23 a bassa e molto bassa intensità e 10 a media intensità. Se si vuole accelerare un pochino il decommissioning e anche rendere possibile il nuovo nucleare, perché queste cose hanno delle influenze anche nei processi produttivi di un ipotetico nuovo nucleare, bisogna agire simultaneamente su tutti i parametri di rilascio quindi il fattore tempo è molto importante perché sono tutti processi a lunga scadenza, che vanno provati, verificati, se non funzionano vanno corretti e se funzionano però vanno implementati con grande decisione”. Lo ha detto Gian Luca Artizzu, ad di Sogin, intervenendo all’evento del Sole24ore “Transizione Energetica e l’Industria del nucleare 2026”. “Se si vuole accelerare sul decommissioning che non impedisce comunque l’avvio di un nuovo nucleare perché sono due binari paralleli che si integrano a vicenda bisogna agire su questi parametri” ha aggiunto ricordando che nel decommissioning a fine 2025 Sogin ha registrato un avanzamento del 47,7%.
Hitachi Energy e Samsung C&T ampliano la collaborazione per accelerare le infrastrutture di rete
Hitachi Energy, leader globale nell’elettrificazione, e Samsung C&T Engineering & Construction Group, uno dei maggiori gruppi mondiali di ingegneria e costruzioni, hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) per rafforzare la loro collaborazione nello sviluppo di infrastrutture di rete in alta tensione in corrente alternata (HVAC) in Europa. Sulla base di un rapporto di lunga data, le due aziende consolidano la partnership per contribuire a modellare l’evoluzione del panorama energetico europeo. La rete elettrica europea sta attraversando una rapida trasformazione, mentre i Paesi modernizzano le infrastrutture e integrano una quota crescente di energia pulita per rispondere all’aumento della domanda di elettrificazione nei settori della mobilità, dell’industria e dei data center. Con una variabilità sempre più elevata del sistema, la flessibilità diventa un elemento essenziale, collocando le soluzioni in corrente alternata al centro di una trasmissione, distribuzione e circolazione transfrontaliera dell’elettricità efficienti. Nell’ambito di questa collaborazione, Hitachi Energy e Samsung C&T uniranno le forze per individuare, valutare e sviluppare opportunità in Europa nel settore della corrente alternata. Hitachi Energy apporta un know-how di livello mondiale nelle tecnologie di rete, nell’ingegneria e nella progettazione avanzate, nei sistemi elettrici e nelle soluzioni digitali integrate, mentre Samsung C&T mette a disposizione la propria solida capacità di realizzazione in ambito EPC (ingegneria, approvvigionamento e costruzione). “L’Europa sta entrando in un decennio decisivo per il proprio futuro energetico e infrastrutture di rete in corrente alternata resilienti sono un elemento fondante per rendere possibile la transizione. Questa collaborazione rafforzata con Samsung C&T unisce competenze tecnologiche e capacità di esecuzione di primo piano per accelerare la modernizzazione delle reti, rafforzare la resilienza e consentire l’integrazione su larga scala delle fonti rinnovabili, a supporto di un’Europa più connessa e sicura dal punto di vista energetico”, ha dichiarato Niklas Persson, CEO della Business Unit Grid Integration di Hitachi Energy. “Il nostro collaudato modello di collaborazione negli Emirati Arabi Uniti e in Australia diventerà un vantaggio competitivo significativo nel mercato globale delle infrastrutture elettriche, inclusa l’Europa. Continueremo a guidare progetti complessi di trasmissione transfrontaliera con soluzioni integrate che coprono sia le tecnologie in corrente continua sia quelle in corrente alternata”, ha affermato Byung-soo Lee, Executive Vice President di Samsung C&T. Il MoU definisce un quadro strategico per l’allineamento tra le due aziende sulle opportunità in corrente alternata in Europa, prevedendo lo sviluppo di una roadmap condivisa per l’ingresso sul mercato e di un portafoglio di opportunità. L’accordo si inserisce nel solco di una collaborazione già consolidata su numerosi progetti globali, in particolare nel mercato in rapida crescita dell’alta tensione in corrente continua (HVDC), con l’obiettivo di offrire soluzioni infrastrutturali innovative ed efficienti per il settore elettrico.
Acciaio, Gozzi (Federacciai), bene intesa Ue. Ora attuazione rapida e correzioni su criticità
Industria del vetro, nel 2024 fatturato a 3,8 mld. Le rinnovabili raggiungono il 37%
In uno scenario caratterizzato dall’aumento dei costi energetici, dalle incertezze economiche e dalle sfide globali, l’industria italiana del vetro prosegue il suo percorso di trasparenza e sostenibilità. Il fatturato, nel 2024, è stato di oltre 3,8 miliardi di euro; il rapporto costi/ricavi è migliorato attestandosi all’88,2%; gli investimenti per ambiente e sicurezza hanno raggiunto i 30 milioni. Migliorano le performance in economia circolare; si dimezzano, dal 2016, i consumi idrici; resta alto l’uso efficiente delle risorse naturali; l’energia consumata nel 2024 è per il 37% rinnova sostanzialmente stabili, nel breve periodo, le emissioni di CO2 per tonnellata di vetro fuso, ma in calo a lungo termine; l’energia consumata nel 2024 è per il 37% rinnovabile, solo due anni prima era l’11%. Il quarto Rapporto di Sostenibilità di Assovetro, l’Associazione Nazionale degli Industriali del Vetro aderente a Confindustria, presenta un quadro chiaro, accurato e completo delle prestazioni dell’industria italiana del vetro dal punto di vista sociale, economico e ambientale nei due anni di crisi 2023-2024. Per la sua rendicontazione ha esaminato 14 Aziende Associate, 11 produttrici di vetro cavo e 3 di vetro piano che rappresentano, nel loro complesso, l’80% circa della presenza industriale installata in Italia. “Questo Rapporto dimostra – ha detto Marco Ravasi, Presidente di Assovetro – che, nonostante il contesto difficile, le imprese del vetro continuano a percorrere la via di una produzione sempre più sostenibile, investendo in ricerca e sviluppo e adottando soluzioni per ridurre l’impatto ambientale. Come industria siamo fermi nel nostro impegno a perseguire la transizione ecologica, ma è necessario il supporto delle Istituzioni e della politica per vincere una sfida che potrà cambiare il modo di fare industria in Italia.” Nel biennio 2023-2024, la produzione di vetro ha registrato un rallentamento attestandosi sui 5 milioni di tonnellate a causa del calo dei consumi dovuti all’inflazione e alle tensioni internazionali. La ripartizione della produzione di vetro delle Aziende Associate ad Assovetro vede la quota maggiore, 86%, destinata alla produzione di vetro cavo (il 93,8% per i contenitori per prodotti alimentari e farmaceutici) e il 12,2 % per il vetro piano, edilizia, automotive ecc. Nella dinamica dei costi di produzione emergono le spese per l’energia che hanno inciso sui costi di produzione del 22,12% nel 2023 e del 18,90 nel 2024 (nel 2022 erano arrivate a quasi il 29% con picchi del 56%), con ricadute negative sulla competitività. Il fatturato di 3,82 miliardi è realizzato prevalentemente in Italia (73,7% nel 2024). Gli investimenti sostenuti per impianti di produzione e per innovazione, che sono fra i principali indicatori della propensione all’aggiornamento tecnologico dell’industria del vetro, nel 2024, sono stati di oltre 270 milioni di euro (circa il 9% del fatturato), la somma più alta dal 2016, ad eccezione di un picco nel 2018.
La produzione di vetro è un’attività energivora in quanto, per essere fuso e plasmato, il vetro deve raggiungere alte temperature. Il consumo di energia rappresenta quindi un indicatore chiave per il settore – sotto il duplice profilo economico e ambientale – sia in termini di consumi assoluti, che di efficienza energetica e di utilizzo di energia prodotta da fonti rinnovabili. Nel biennio considerato i consumi energetici, soprattutto gas (65%) sono leggermente diminuiti anche a causa del calo della produzione e l’indicatore di prestazione energetica è restato costante tra il 2016 e il 2024, pari a 0,18 TEP / ton di vetro fuso. Il dato che emerge nel 2024 è la straordinaria crescita delle rinnovabili, arrivate al 37%: il dato è dovuto ad un aumento delle Aziende che utilizzano energia non da fonti fossili e da un’Azienda al 100% rinnovabile. Le emissioni di CO 2 (che derivano principalmente dal processo di fusione ad alta temperatura) prodotte per tonnellata di vetro fuso, hanno avuto un andamento in leggero aumento rispetto al 2021, ma in forte calo rispetto al biennio 2019-2020 (sono diminuite di circa il 70% rispetto a 40 anni fa). Sono diminuite anche del 36,5% rispetto al 2016 le emissioni di ossido di azoto e del 42,9% quelle dell’ossido di zolfo. I consumi idrici si sono ridotti significativamente, grazie all’adozione di tecniche e sistemi mirati: i consumi idrici per tonnellata di vetro fuso sono passati dai 2,16 m3/ton del 2016 a 1,18 m3/ton del 2024. Il vetro resta un modello per l’economia circolare: nel 2024 cresce la raccolta differenziata arrivata al 91% e gli imballaggi in vetro avviati al riciclo sono aumentati del 2,8% con un tasso di riciclo dell’80,3%. Nel 2024 le vetrerie hanno utilizzato in media il 57% di vetro riciclato risparmiando materie prime, energia e CO 2 . Le certificazioni ambientali, un indicatore chiave dell’attenzione verso l’ambiente, crescono in termini di siti certificati, + 51 dal 2016. A fine 2024 le Aziende italiane del vetro cavo e del vetro piano impiegavano, complessivamente, 11.031 addetti, un numero quasi del tutto invariato dal 2016. Sotto il profilo contrattuale, i due comparti si caratterizzano per la netta prevalenza di forme contrattuali stabili (91,5%). I contratti integrativi prevedono per la maggior parte servizi di welfare (73,7%), l’erogazione di premi
variabili collettivi. L’industria del vetro sta cercando di colmare il gender gap. L’occupazione femminile è più nutrita tra le impiegate (25,8%) e quadri (24,4%). La posizione apicale di dirigente vede solo una percentuale femminile del 15,5%. Le ore di formazione nel 2024 sono state complessivamente 174.735 con il 31,4% di ore di formazione obbligatoria in materia di ambiente, salute e sicurezza del lavoro.
Cooperative «Giudizio positivo sulla vigilanza. Occorre intervento più ampio per la promozione e lo sviluppo del settore»
«Le associazioni esprimono un giudizio complessivamente positivo sull’iniziativa, ritenendola coerente con l’assetto costituzionale delineato dall’art. 45 della Costituzione, che affida agli “opportuni controlli” la tutela del carattere mutualistico della cooperazione. Il documento ricostruisce la genesi storica del sistema di vigilanza, fondato sull’affiancamento tra Stato e Centrali cooperative sin dalla legge Basevi del 1947, e ne dimostra l’efficienza attraverso dati empirici e un’analisi comparata con i modelli europei (Germania, Austria, Francia, Portogallo)». Lo dicono, in una nota congiunta, Confcooperative, Legacoop, Agci, Unicoop, Unci e UeCoop in audizione alla X Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati sul disegno di legge A.C. 2577, che delega al Governo la riforma della vigilanza sugli enti cooperativi e mutualistici. Delega al Governo per la riforma delle amministrazioni straordinarie e per la riforma della vigilanza sugli enti cooperativi e mutualistici. Le Centrali Cooperative (Confcooperative, Legacoop, Agci, Unicoop, Unci e UeCoop)sottolineano tuttavia che la riforma non deve limitarsi al rafforzamento dei controlli, ma deve accogliere il monito della Corte costituzionale (sentenza n. 116/2025), che invita il legislatore a rilanciare anche la dimensione promozionale della politica cooperativa, oggi in grave crisi. Le associazioni propongono altresì una serie di emendamenti puntuali al testo del ddl, volti a: garantire la copertura della vigilanza su tutti gli enti, assicurare proporzionalità nelle sanzioni, valorizzare la funzione consultiva della Commissione centrale e preservare l’autonomia statutaria delle associazioni. Viene inoltre auspicato un intervento legislativo più ampio in ambito tributario, societario e sociale per sostenere la promozione e lo sviluppo del movimento cooperativo.
Cnr-Unioncamere: alleanza per portare la ricerca a “casa” delle imprese
Accorciare la distanza tra ricerca e imprese, valorizzare le eccellenze scientifiche e accelerare il trasferimento di conoscenze: è l’obiettivo dell’Accordo CNR-Unioncamere, approvato dal Consiglio di Amministrazione delle due istituzioni. L’intesa rinnova ed amplia una collaborazione in atto da anni, diretta a trasferire tecnologie d’avanguardia nel cuore del sistema produttivo italiano. Mentre crescono del 60% in 10 anni le pubblicazioni scientifiche italiane di alta qualità e di altrettanto quelle di area Stem, i risultati della ricerca faticano ancora ad atterrare nel tessuto produttivo nazionale: spesso le imprese, frenate da limiti di risorse umane e finanziarie, hanno difficoltà persino a identificare i propri bisogni di innovazione. Banco di prova delle azioni previste dall’Accordo sarà un nucleo di 30mila piccole e medie imprese dotate di un elevato potenziale innovativo. Si tratta di soggetti contraddistinti da un marcato dinamismo, con tassi di crescita medi superiori al 15% annuo, una spiccata propensione alla tutela brevettuale e una forte proiezione sui mercati internazionali. “Questo accordo rappresenta un passo in avanti per avvicinare la ricerca al sistema produttivo e rafforzare un modello di sviluppo fondato sull’integrazione tra scienza e impresa, bilateralmente”, afferma Andrea Lenzi, Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. “Il Cnr mette a disposizione competenze e tecnologie per rispondere alle esigenze condivise con il sistema camerale nazionale, contribuendo a trasformare l’innovazione in un fattore strutturale di crescita, competitività e valore per il Paese”, afferma il presidente del Cnr Andrea Lenzi. “Questa intesa si basa su un modello completamente nuovo di collaborazione istituzionale”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Con il Cnr abbiamo condiviso l’esigenza di fare qualcosa di facilmente realizzabile e davvero utile per far crescere l’innovazione nelle imprese. Sono convinto che il programma raggiungerà l’obiettivo di rendere realmente proficue le relazioni tra sistema della ricerca e tessuto produttivo”. L’accordo rappresenta la cornice istituzionale di un programma di azione diviso in quattro linee di attività. La prima: scouting della ricerca e analisi dei fabbisogni. Un Team multidisciplinare, composto da Progect manager, Technology e Finance Broker, affiancato da Innovation promoter, individuerà i segmenti produttivi più innovativi, traducendone i fabbisogni e trasformandoli in quesiti tecnologici ai quali la ricerca può dare risposta. Parallelamente effettuerà una mappatura delle competenze, tecnologie e risultati di ricerca prossimi all’applicazione in processi produttivi o nuovi prodotti. La seconda riguarda l’animazione territoriale. Un calendario di eventi nei principali distretti produttivi, consentirà ai ricercatori del CNR di presentare soluzioni applicative mature confrontandosi direttamente con le imprese. La terza attività si incentra sull’hub digitale di matching. Sarà predisposta una piattaforma digitale a supporto del programma con tool specialistici, sistemi di assessment e di rilevazione dei fabbisogni delle imprese. Si tratterà sostanzialmente di una piattaforma di matching tra domanda e offerta di innovazione che rappresenta l’evoluzione del progetto MIR (Matching Innovation and Research) di Unioncamere e CNR. L’obiettivo mettere a disposizione un hub che ospiti un catalogo ragionato e aggiornato di tecnologie, brevetti e prototipi pronti per il percorso di industrializzazione. Quarta linea di attività l’Innovation Lab e “Test before invest”. L’infrastruttura territoriale del programma sarà assicurata dagli Innovation Lab delle Camere di commercio che rappresenteranno l’interfaccia diretta e permanente tra ricerca e tessuto imprenditoriale locale. I laboratori diventeranno la sede degli incontri one-to-one tra imprese e ricercatori ed opereranno secondo la logica del “Test before invest”. Questo consentirà alle aziende di testare concretamente l’efficacia di una tecnologia prima di procede a investimenti finanziari significativi. Gli Innovation Lab camerali dovranno inoltre facilitare l’accesso delle imprese a canali di finanziamento, operando a supporto della nascita di spin-off della ricerca e di start up innovative.
Manifattura italiana, si chiude il Mics Forward
Concluso ieri a Roma MICS Forward, il grande evento nazionale dedicato al futuro della manifattura italiana, promosso da Fondazione MICS – Made in Italy Circolare e Sostenibile. Ospitati presso il Centro Congressi Auditorium della Tecnica all’EUR, imprenditori, ricercatori, istituzioni e associazioni di categoria si sono riuniti per tracciare la rotta di un sistema produttivo che vuole restare eccellenza mondiale attraverso innovazione, sostenibilità e digitalizzazione. MICS Forward segna la conclusione di un triennio di attività che ha generato risultati di rilievo per l’intero sistema Paese: 147 progetti avviati, oltre 1.200 pubblicazioni scientifiche, più di 200 prototipi sviluppati e circa 800 iniziative di divulgazione sull’intero territorio nazionale. Un patrimonio costruito grazie al contributo di oltre 1.000 ricercatrici e ricercatori, finanziato con 126 milioni di euro nell’ambito del programma NextGenerationEU. Anche in questa seconda e ultima giornata molte le voci istituzionali, tecniche e imprenditoriali che si sono susseguite nella sessione plenaria e nei panel settoriali, tra queste: Marco Taisch (Presidente di MICS), Fabrizio Cobis (Dirigente Ufficio Incentivazione e Sostegno alla Competitività del Sistema Produttivo Privato e della Cooperazione Pubblico/Privato in Ambito Nazionale, Ministero dell’Università e della Ricerca), Riccardo Di Stefano (Delegato all’Education e Open Innovation Confindustria), Federico Fubini (Editorialista e Vicedirettore ad personam del Corriere della Sera). Marco Taisch, Presidente di MICS: «Viviamo in un momento in cui la geografia dell’economia globale si sta ridisegnando. Le catene del valore si accorciano, la competizione tecnologica tra grandi aree — Europa, Cina, Stati Uniti, India — si fa sempre più intensa, e la capacità industriale è tornata a essere una questione di rilevanza strategica. In questo scenario, il Made in Italy non può limitarsi a difendere una tradizione, per quanto gloriosa. Deve costruire il proprio futuro. E deve farlo adesso. Rinunciare ad essere protagonisti dell’innovazione significa rinunciare a essere protagonisti tout court. MICS è più di un Partenariato, è più di una Fondazione: è una fabbrica di futuro. Con MICS 2.0 vogliamo fare un salto di qualità. Non più solo un programma di ricerca, ma una piattaforma permanente dove ricerca, imprese, istituzioni e associazioni di categoria si incontrano stabilmente per fare innovazione insieme. Vogliamo abbattere i silos, essere trasversali ai settori — dalla moda alla meccanica, dall’agroalimentare al farmaceutico, dall’aerospazio alla cosmesi. Perché il Made in Italy non è una somma di filiere separate: è un corpo unico, unito dalla capacità di creare valore aggiunto, di competere non sui costi ma su qualità, personalizzazione e innovazione». Riccardo Di Stefano, Delegato all’Education e Open Innovation Confindustria: «Stiamo vivendo tre transizioni intrecciate – digitale, green e demografica – e nessuna può essere governata senza una strategia forte sulle competenze. Il futuro del manifatturiero e dell’economia circolare non dipende solo da tecnologie e investimenti, ma dalla capacità di formare persone con competenze adeguate. Oggi quasi un’impresa su due fatica a trovare i profili necessari: è un tema di competitività, non un dettaglio del mercato del lavoro. Per questo servono orientamento continuo, valorizzazione della filiera tecnico-professionale e consolidamento degli ITS Academy, che restano uno degli strumenti più efficaci contro il mismatch. La collaborazione tra scuola, IeFP, ITS, università e imprese deve diventare strutturale, così come l’open innovation, che trasforma la conoscenza in soluzioni concrete. Di fronte alla crisi demografica e alla mobilità dei giovani qualificati, dobbiamo costruire traiettorie credibili di studio, lavoro e crescita. Investire sulle competenze significa rafforzare la competitività del Paese e dare ai giovani strade leggibili su cui costruire il loro futuro». Con una quota manifatturiera superiore al 15% del PIL nazionale — il doppio considerando l’indotto — l’Italia si conferma seconda manifattura del Continente dopo la Germania e contribuisce per il 13/14% al totale manifatturiero dell’Unione Europea. Un modello industriale fondato su filiere produttive diffuse, forte specializzazione tecnologica e vocazione all’export che, tuttavia, presenta alcune fragilità strutturali: la dipendenza energetica, le vulnerabilità tecnologiche in alcune filiere e la difficoltà di scala negli investimenti in innovazione. A ciò si aggiunge un livello di investimenti in R&S strutturalmente inferiore alla media europea e OCSE: l’1,3% del PIL contro il 2,1% e il 2,8% rispettivamente. Sul piano geopolitico, cresce la dipendenza dalle materie prime critiche: l’Europa importa il 100% di almeno 10 materiali strategici per la transizione energetica e tecnologica. Per il solo magnesio, il 97% delle importazioni UE proviene dalla Cina. Commentando la vulnerabilità dell’Italia – il Paese europeo che più dipende dal gas per la produzione elettrica – e analizzando uno scenario in cui l’89% del gas proviene da aree a rischio di coercizione economica, Federico Fubini, Editorialista e Vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, ha evidenziato come gli Stati Uniti non siano più disposti a sopportare i costi della propria egemonia per essere accettati come leader: «L’ordine internazionale sta cambiando rapidamente: con gli Stati Uniti sempre meno disposti a sostenere il costo della leadership globale, le alleanze diventano più incerte e i Paesi, Italia inclusa, devono rafforzare autonomia strategica, investimenti e accesso a risorse critiche per garantire sicurezza, commercio e stabilità, in un contesto di crescente competizione e pressione geopolitica». In questo scenario di competizione globale per le risorse critiche, la Fondazione MICS avvia una nuova fase con l’obiettivo di trasformarsi in una piattaforma permanente per l’innovazione del Made in Italy. La visione è quella di un’infrastruttura dove ricerca, imprese, istituzioni e associazioni di categoria possano incontrarsi stabilmente, superando le barriere settoriali e facendo concretamente “sistema”. MICS intende abbracciare l’intera catena del valore manifatturiero — dai materiali ai componenti, dai processi produttivi ai prodotti fisici e digitali, fino ai servizi avanzati — in modo trasversale ai settori del Made in Italy: moda, meccanica, arredo, cosmetica, mobilità, agroalimentare, farmaceutico, difesa e aerospazio.