INFRASTRUTTURE ENERGETICHE
Per le reti una capacità di accumulo da 28mila TWh al 2050. Italia ok con piano hypergrid e iter sul litio, male su rinnovabili e Crm
IN SINTESI
Lo sviluppo delle reti elettriche, si sa, è condizione abilitante della decarbonizzazione. Per la Commissione Europea, senza adeguati investimenti, i costi di congestione della rete potrebbero salire dai 5,2 miliardi di euro del 2022 a 26 miliardi di euro nel 2030, con tagli di produzione da fonti rinnovabili fino a 310 TWh/anno al 2040. Ma, ovviamente, rinforzare le reti è un tema anzitutto energetico, prima ancora che economico. A livello globale, secondo l’Energy Transitions Commission, gli investimenti annuali in reti di trasmissione e distribuzione dovranno crescere fino a 800 miliardi di dollari l’anno entro il 2050, oltre 2,5 volte i livelli attuali.
Ecco perché, spiega il nuovo paper del Comitato nazionale italiano del World Energy Council, presentato venerdì alla Camera, Italia ed Europa dovranno intensificare lo sviluppo delle cosiddette smart grids tramite accumuli, diversificazione verso soluzioni a minor contenuto di materiali critici (Lfp, sodio-ione, accumuli termici), industrializzazione della componentistica strategica (pannelli solari, batterie, semiconduttori) per le rinnovabili, economia circolare delle materie prime critiche. Su tutte, il rame sarà uno dei principali colli di bottiglia della transizione. Per la Iea, già entro il 2035 la produzione mineraria potrebbe coprire solo circa il 70% della domanda globale.
I numeri degli iter sugli accumuli
Quanto agli accumuli, ad esempio, la capacità di accumulo elettrico dovrà crescere da circa 0,81 TWh (2023) a circa 28.000 TWh entro il 2050. Secondo i numeri del data base European Energy Storage Inventory citato dal Wec Italia, al 10 aprile scorso in Europa risultano già autorizzati e in fase di costruzione sistemi di stoccaggio elettrolitici al litio per una capacità, in termini di potenza, di 5 volte superiore rispetto a quella dei sistemi di accumulo già in esercizio.
Quanto all’Italia, risultano già autorizzati e in fase di costruzione sistemi di stoccaggio elettrolitici al litio per una capacità, in termini di potenza, di 7 volte superiore rispetto a quella dei sistemi di accumulo già in esercizio.
Come spiega il comitato nazionale, “le batterie al litio sono emerse come tecnologia dominante perché combinano, in un unico sistema elettrochimico, tre proprietà difficilmente ottenibili insieme: elevata densità energetica, alta efficienza di conversione e stabilità ciclica”. Ecco perché queste risultano essere “la soluzione elettrochimica più interessante per applicazioni che vanno dall’elettronica portatile ai veicoli elettrici fino ai sistemi di accumulo stazionario”.
Italia: bene il piano Terna, male su rinnovabili e materie prime critiche
Continuando il focus sull’Italia, il paper spiega che il nostro Paese va visto come “un esempio particolarmente avanzato di evoluzione ingegneristica delle reti orientata non solo all’espansione, ma anche all’aumento della capacità di trasporto a parità di infrastruttura”. Il riferimento diretto è al piano di sviluppo di Terna e all’introduzione del concetto di hypergrid basato sulla realizzazione di dorsali ad alta capacità, in larga parte in corrente continua (Hvdc), integrate con la rete esistente e progettate per incrementare significativamente la capacità di scambio tra le diverse aree del Paese. Raddoppiando, peraltro, la capacità di trasporto lungo le direttrici Sud-Nord e minimizzando al contempo l’impatto territoriale grazie all’uso di collegamenti ad alta efficienza e a maggiore densità di potenza trasportata. Bene, in questo senso, il piano su revamping e repowering.
Anche sul versante economico, in termini di investimenti, la Commissione Ue ha proposto di aumentare di 5 volte il budget per Cef (Connecting Europe Facility) Energy da 5,84 miliardi a 29,91 miliardi di € nell’ambito del “2028-2034 Multi-annual Financial Framework. E Terna è passata in dieci anni da 6,7 miliardi nel 2015 a oltre 23 miliardi di € nel 2025.
Tra le note negative nostrane, invece, ci sono le rinnovabili e l’indipendenza sulle materie prime critiche. Capitolo rinnovabili: l’obiettivo Pniec 2030 di 131 gigawatt è distante circa 50 GW. Capitolo Crm: l’Italia non è indipendente né sotto il profilo della loro disponibilità né dal punto di vista della loro estrazione e della successiva fase di raffinazione. Eppure, ricorda il paper Wec, nel sottosuolo italiano sono presenti almeno 15 delle 34 materie prime critiche necessarie per la transizione energetica e 3000 siti da cui poter estrarre tali risorse, in particolare: litio, cobalto, barite, berillio, nichel e tungsteno, rame e zinco. Ma, sentenzia il Comitato, “il settore minerario italiano è fermo da circa quarant’anni, le informazioni sul potenziale del sottosuolo sono in larga parte ipotetiche e i progetti onshore strategici hanno una scala economica per ora di nicchia”.
Dal punto di vista di economia circolare, poi, “l’Italia risulta essere il terzultimo Paese dell’Eu in termini di percentuali di Raee raccolti (30% rispetto al 46% di media Eu). Inoltre, tale dato è inferiore alla metà del target (30% vs 65%), cosa che ha comportato nel luglio 2024 l’apertura di una procedura di infrazione da parte della Comunità Europea”, ricorda il paper. Secondo il Teha, la mancata valorizzazione comporta una perdita economica in Italia di circa 1,6 miliardi di euro l’anno.
Gli scenari
Ecco perché, conclude il Wec Italia, servirà “un approccio integrato che combini politiche industriali, innovazione tecnologica e strumenti regolatori. Risulta fondamentale rafforzare le infrastrutture di raccolta e trattamento, promuovere l’eco-design dei prodotti, incentivare l’utilizzo di materie prime seconde e sviluppare tecnologie avanzate di riciclo”.