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Eolico offshore: 2,8 GW di progetti hanno superato la VIA ma con i ritardi delle aste si dimezzano surplus e occupati

11 Giu 2026 di Mauro Giansante

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L’eolico offshore italiano può valere fino a 56 miliardi di euro di surplus e 800 mila occupati. E’ quanto rileva l’associazione di riferimento del settore, Aero, presieduta da Fulvio Mamone Capria, in uno studio inedito presentato ieri al Forum nazionale insieme, tra gli altri, al Politecnico di Bari e di Torino. «L’Italia può costruire un modello industriale nazionale ed europeo attraverso lo sviluppo della filiera dell’eolico offshore, garantendo nuova occupazione, crescita economica e una filiera italiana integrata che contribuisca all’indipendenza energetica del Paese. I risultati dello studio
sono sorprendenti», ha dichiarato in apertura il Presidente di AERO Fulvio Mamone Capria. «A fronte di circa 2,8 GW di progetti che hanno già superato la Valutazione d’Impatto Ambientale, non è stata ancora calendarizzata un’asta del Fer2, nonostante il decreto del Mase sia stato emanato nell’agosto 2024 con uno scenario di disponibilità di 3,8 GW di aste incentivanti. L’appello che lanciamo al Governo è di fare presto, per evitare che gli ingenti investimenti già spesi dalle società di sviluppo vengano dirottati in altri Paesi del Mediterraneo, con una perdita di credibilità, competitività e sviluppo industriale». Ecco perché, spiega il dossier, da un lato abbiamo lo scenario di attivazione tempestiva delle aste Fer2, l’eolico offshore può generare, nel periodo che va dall’attivazione delle aste al 2080, circa 129 miliardi di euro di produzione attivata, 56 miliardi di euro di valore aggiunto pari a quasi il 3 per cento del pil italiano 2025, 25 miliardi di euro di gettito fiscale e 817 mila occupati misurati in unità di lavoro standard. Dall’altro, nello scenario di ritardo, le cifre si dimezzano: 25 miliardi di euro di valore aggiunto, 11 miliardi di euro di gettito, 399 mila occupati. Mentre la manifattura pesa per il 35 per cento del valore generato, il doppio della sua incidenza nell’economia italiana. E con un quadro regolatorio ancora lento si genererebbe una perdita di circa 8 miliardi di euro nella manifattura e oltre 3 miliardi nei servizi ad alta intensità di conoscenza. Anche la componente di esercizio e manutenzione, centrale per creare occupazione stabile nei territori costieri, risulterebbe fortemente ridimensionata.

Nuove promesse sono arrivate dal ministro dell’ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, per il quale «esistono tutte le condizioni per creare una robusta filiera nazionale dell’eolico offshore. Stiamo andando avanti con la rivisitazione del decreto Fer2 per coniugare le esigenze degli operatori con gli obiettivi di decarbonizzazione, garantendo una razionale programmazione degli investimenti e della spesa per la collettività». Allo stato attuale, però, «è una tecnologia che ha superato la fase puramente dimostrativa e per la quale la sfida principale riguarda oggi il passaggio alla scala industriale», ha ammesso Giuliana Mattiazzo, Vicerettrice per l’Innovazione scientifico-tecnologica, Politecnico di Torino. «Servono programmazione, stabilità regolatoria, infrastrutture portuali, competenze e una filiera capace di crescere insieme ai progetti. L’Italia dispone di competenze industriali, ingegneristiche, portuali e manifatturiere rilevanti, ma queste potenzialità richiedono tempi, segnali chiari e continuità per tradursi in capacità produttiva, investimenti e occupazione qualificata».

A livello energetico, invece, secondo lo studio di Aero le prospettive dell’eolico in mare al 2050 guardano ai 20 GW previsti nelle prospettive di sviluppo di Terna, grazie ai quali si arriverebbe a una produzione annua superiore ai 50 TWh, cioè l’11% della domanda elettrica nazionale e il 15% della produzione rinnovabile. Senza, invece, saremmo costretti a importare tra i 16 e i 18 TWh annui dall’estero fino a metà secolo. L’effetto cumulato corrisponderebbe a circa 635 TWh, o meglio 60 miliardi di euro di spesa che potremmo evitare di effettuare oltre confine. Inoltre, quanto al prezzo medio della tecnologia marginale e alla crescita attesa della domanda elettrica, lo studio afferma che la presenza dell’eolico offshore genera un saldo economico potenzialmente positivo nel medio-lungo periodo anche includendo, in via conservativa, il costo degli incentivi e tenendo conto della progressiva riduzione dei costi tecnologici associata alle traiettorie di apprendimento. Il beneficio medio annuo stimato all’interno del mercato elettrico è pari a circa 595 milioni di euro, con un picco di circa 1,3 miliardi di euro al 2040.

Un ultimo fronte è quello delle competenze green. Secondo Excelsior-Unioncamere, tra il 2025 e il 2029 il fabbisogno di lavoratori con elevate competenze green supererà le 750 mila unità, mentre nella meccatronica le difficoltà di reperimento raggiungono il 58%. Ecco perché sviluppare l’eolico offshore, in un contesto di collaborazione tra università, imprese e territori potrà aiutare a raggiungere i traguardi sopra citati. E dare davvero dimostrazione di fare la transizione energetica con una strategia a lungo termine.

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