INTERVISTA AL PRESIDENTE ANCE
Ciucci: “La cabina di regia del PNRR modello vincente per spendere e monitorare, va riproposto. Partiamo da lì, da fondi certi e costanti, da target e milestones per cambiare passo nella programmazione di opere pubbliche”

Il neopresidente dell'ANCE, Antonio Ciucci
“Se devo fare un bilancio del Pnrr, vedo tre cose che ne hanno fatto il successo. Primo, le stazioni appaltanti, che, messe di fronte a regole certe e scadenze chiare, hanno efficientato la loro azione, hanno portato a casa il risultato, hanno mostrato capacità di spesa a livelli mai visti, le grandi società come RFI, ma anche gli enti locali sul territorio. Secondo, le imprese, che, di fronte a prezzi giusti, obiettivi chiari, pagamenti abbastanza regolari, hanno performato al meglio: ci possono essere stati piccoli ritardi, ma il risultato è stato raggiunto e non era scontato. Terzo, ed è stato questo secondo me il fattore decisivo, la cabina di regia, che ha svolto una programmazione corretta ed efficiente degli investimenti, ha monitorato, ha spostato le risorse con le rimodulazioni necessarie quando era chiaro che certi obiettivi non si sarebbero raggiunti. Il modello del tavolo, tanto per essere chiari, è un modello vincente che va riproposto”.
Antonio Ciucci è presidente dell’ANCE da meno di 24 ore, quando ci parliamo nel suo ufficio, ma non si perde in festeggiamenti. E’ già là a lavorare e il suo chiodo, si potrebbe dire come primo obiettivo del suo mandato, è mettere a frutto tutte le lezioni del Pnrr per riformare la programmazione delle opere pubbliche che è stato negli ultimi anni uno degli anni più deboli della catena di realizzazione delle infrastrutture. Da tante parti arriva questa richiesta, questa sppinta, questa proposta: riformare la programmazione. “Non possiamo aspettare – dice Ciucci – ma dobbiamo cogliere questo momento in cui tutti hanno sotto gli occhi il cambio di passo che ha portato il Pnrr e dobbiamo prendere il meglio di questa esperienza, che è un’esperienza straordinaria, per portarla invece nei nostri meccanismi ordinari. Solo in questo modo potremo evitare che ci sia una caduta degli investimenti, o un nuovo periodo di austerity, dopo la fase espansiva legata al Pnrr”.
Presidente Ciucci, cosa dobbiamo dobbiamo travasare dall’esperienza del Pnrr a una nuova programmazione più efficiente?
La prima cosa da fare l’ho già detta: la cabina di regia. Prendiamo tutti atto che ha funzionato al meglio e riproponiamola subito. Un tavolo di coordinamento centrale fra i vari livelli che ha per obiettivo di spendere le risorse assegnate e per fare questo programma, fissa obiettivi, monitora, sposta. Questo tavolo funzionerebbe benissimo per i fondi europei di coesione, ma andrebbe rirpoposto anche nella programmazione ordinaria.
Secondo punto.
Del Pnrr va certamente replicato il modello delle scadenze, target e milestones: ci garantiscono di uscire dalla logica secondo cui l’opera inizia e non si sa mai quando finisce. Sia chiaro, nelle infrastrutture ci sono tempi incomprimibili: programmazione, progettazioni, processi autorizzativi. Ma fissare le scadenze e sapere di doverle rispettare evita che i tempi siano eterni o anche, semplicemente, più lunghi di quanto si possa fare. Una buona programmazione serve proprio a questo.
Non è secondario l’aspetto delle risorse.
Dobbiamo cambiare passo anche in questo, abbiamo bisogno di fondi certi e costanti negli anni. Ormai è chiaro che gli investimenti sono una spinta fondamentale per la nostra economia, che senza investimenti non si cresce. Sarebbe il momento di darci come obiettivo condiviso quello di spendere ogni anno una quota adeguata del Pil in investimenti, io dico intorno al 4%, come fa per esempio la Francia, ma se fosse il 3% andrebbe bene lo stesso, purché si rispetti ogni anno. Noi abbiamo avuto il 3,8% nel 2025 ma il 2,1% nel 2018 e generalmente, negli ultimi trenta anni, siamo sempre stati molto sotto il 3% se si fa eccezione per il periodo 2003-2010, quello della legge obiettivo e del completamento dell’Alta velocità, in cui ci siamo affacciati sopra il 3%.
Quali sarebbero i benefici di un meccanismo che garantisse risorse certe e costanti?
Darebbe una spinta costante all’economia; consentirebbe alle imprese di programmare i propri investimenti, le proprie strutture produttive, la propria manodopera; fluidificherebbe tutto il percorso della realizzazione delle opere pubbliche, accompagnato con una buona programmazione, come abbiamo detto. Se invece continuiamo ad andare sulle montagne russe, con grandi società committenti che sono una parte fondamentale degli investimenti pubblici, come Anas e RFI, che ricevono in alcuni anni tanti fondi e mettono in gara alcuni miliardi di euro e mandano avanti le progettazioni, e poi l’anno dopo, come sta succedendo dal 2025 e ancora oggi, non possono contare su risorse adeguate per i loro contratti di programma, crollano le gare, si fermano le progettazioni, con il risultato che quello che non stiamo facendo ora diventerà un buco negli investimenti realizzati fra due anni. Questo è esattamente quello che non dobbiamo più fare.
Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale.
Prendiamo l’Anas. Sostiene di essere a una produzione di 3-3,5 miliardi. Non dubito. Vedo però che quest’anno le gare sono a 400 milioni e questo vuol dire che, se non interverrà subito un contratto di programma adeguatamente finanziato, fra un paio di anni tornerà a spendere 800 milioni come avveniva prima del 2018.
Lei teme una nuova austerity. Dopo il Pnrr avremo un momento di caduta delle risorse?
In realtà, il nostro centro studi ha individuato risorse disponibili per 120 miliardi fra le code del Pnrr (almeno 15 miliardi), i fondi strutturali europei 2021-2027 (25 miliardi), Fondo sviluppo e coesione 2021-2027 (42 miliardi), Fondo sociale per il clima 2026-2032 (6,3 miliardi), maxifondo della legge di bilancio 2025 (6,2 miliardi), Ponte sullo Stretto di Messina 2025-2033 (13,5 miliardi), manutenzione Anas e RFI 2026-2027 (5,3 miliardi) e risorse per le infrastrutture nella gge di bilancio 2026-2028 (3,8 miliardi). Quindi le risorse ci sono. Vanno calibrate fra manutenzioni e nuove opere. E soprattutto vanno programmate bene, con i criteri che dicevo: certezza e costanza.
Avete in mente strumenti finanziari che faciliterebbero il raggungimento di questo obiettivo di risorse certe e costanti nel tempo?
Abbiamo sperimentato per alcuni anni, alla fine del decennio scorso, fondi pluriennali destinati esclusivamente agli investimenti che andavano poi ripartiti fra diversi obiettivi e settori, a seconda delle priorità del momento. Quel meccanismo andava rafforzato, dando certezza anche alla cassa nel corso degli anni. Invece lo abbiamo via via cancellato. Un errore.
Cabina di regia, target e milestones, risorse certe e costanti. Un quarto pilastro di questa fondamentale riforma non è quello della semplificazione e forse di un riordino dei percorsi autorizzativi? Colpisce la mancanza di collegamento fra la programmazione e il “dialogo” con il territorio. Per dieci anni di programmazione, se va bene, tutto tace. Poi si presenta un progetto preliminare e si scatena il finimondo, bloccando tutto per altri dieci anni.
Anche sui processi esemplificativi il Pnrr è stato un buon esempio, vorrei dire che anche in questo ha funzionato il coordinamento, la cabina di regia. Per la valutazione di impatto ambientale, per esempio, ha funzionato. Più in generale è emerso chiaramente che, se c’è una regìa centrale, che definisce che un’opera deve iniziare e finire, allora anche i processi autorizzativi intermedi funzionano meglio. Sono tutte cose che dobbiamo portarci nell’ordinario.
Insomma, dobbiamo fare il contrario di quello che si fa piazzando commissari straordinari ovunque, spesso anche senza dotarli delle risorse pe realizzare le opere.
I commissari sono l’emblema dell’emergenza in cui viviamo costantemente. Penso sia proprio questo inseguimento l’atteggiamento da superare. Voglio fare un esempio che mi pare molto calzante, quello degli stadi, che per altro sono un problema non secondario nella crisi del nostro calcio. Ora noi facciamo l’intervento di emergenza per ammodernare gli stadi di Europa 2032. L’ultimo intervento lo avevamo fatto per i Mondiali del 1990. In mezzo, niente, salvo scoprire ora che i nostri stadi hanno bisogno di grandi interventi. La Turchia ospita con noi gli Europei 2032 e non ha bisogno di fare nessun intervento straordinario sugli stadi perché sugli stadi sono già intervenuti negli anni passati, ordinariamente, appunto. Voglio, però, tornare un momento ai percorsi autorizzativi e sottolineare anche un’altra questione, diciamo più alta.
Prego.
I processi autorizzativi si sono complicati negli utlimi tempi, non solo per fattori burocratici. Contemporaneamente, però, il nostro Paese si è impoverito di competenze tecniche. Le amministrazioni pubbliche, certo, lo abbiamo visto, ma anche le imprese. Nel momento in cui avremmo bisogno di maggiori capacità tecniche per affrontare anche problemi complessi, per favorire un dialogo maggiore a livello tecnico fra stazione appaltante e impresa, per trovare soluzioni, in realtà abbiamo meno capacità tecnica a disposizione. Qui dobbiamo assolutamente invertire la rotta come Paese. Per il settore privato c’è il tema di competenze che vanno via con l’invecchiamento del personale e che non riusciamo a sostituire. Per il settore pubblico c’è un tema di stipendi che va affrontato per rendere più attrattivi quei lavori.
Lasciamo da parte i discorsi di prospettiva e veniamo alle questioni più immediate. Avevato chiesto che dall’assestamento di bilancio venissero le risorse per recuperare almeno una parte dei fondi mancanti per gli extracosti degli investimenti 2024 e 2025 che stimate in due miliardi. Quanto auspicavate e quanto c’è al momento?
I due miliardi al momento sono coperti per 500 milioni soltanto da risorse in legge di bilancio. Speravamo in almeno 800 milioni, ce ne sono 85. Non si sta capendo che le imprese rischiano di entrare in una fase di difficoltà finanziaria. Ricordo che per i lavori più vecchi, il caro materiali pesa mediamente per il 40% in termmini di extracosti, mentre per i lavori più recenti, del 2021-22, il peso si riduce al 20-25%. Stiamo parlando di percentuali comunque molto più alte dei margini che fanno le imprese, quindi è evidente che la mancata copertura, lasciata a lungo senza soluzione, crea le difficoltà cui accennavo. Ho sentito dire spesso che si fallisce molto più per i crediti che non per i debiti. Da queste difficoltà nasce anche un rallentamento dei lavori perché le imprese non riescono più ad anticipare i costi. Se ne stanno rendendo anche alcune grandi stazioni appaltanti che si stanno indebitando loro per pagare le imprese. Noi le ringraziamo di questo atteggiamento, ma ci parrebbe corretto che il problema fosse risolto fino al 2025 dal governo che è ancora in tempo a intervenire sull’assestamento. Poi sappiamo che dal 2026 dovranno pensarci direttamente le stesse stazioni appaltanti.
L’altro tema di attualità che non si può ignorare è il piano casa. Avete chiesto una flessibilità che non vi è stata concessa in sede di conversione in legge. Siamo alla fase attuativa. Può ancora succedere qualcosa?
Al momento noi abbiamo un quadro dato dal decreto legge. Ora bisogna riempirlo. Si può intervenire in fase attuativa? Noi pensiamo di sì. Sull’edilizia residenziale pubblica è solo un problema di risorse. Per decenni l’ERP ha vissuto in uno stato di abbandono, gravata da crediti inesigibili per canoni non pagati da morosi incolpevoli. Ora ci sono questi 970 milioni per 60mila appartamenti. Lo consideriamo positivo, speriamo aumentino. Consideriamo positivo sia il ruolo di Invitalia che quello del commissario. Per l’edilizia sociale vediamo degli spazi per delle sinergie, per forme di partenariato pubblico-privato, anche con le stesse aziende che fanno ERP. Mi preoccupa però l’anello di congiunzione fra il comma sette dell’articolo 2 (procedure ERP, ERS e PPP) e l’articolo 9 (terzo pilastro): quindi alle procedure possono partecipare, oltre ai soggetti attuatori, appunto le aziende pubbliche, anche i soggetti proponenti dell’articolo 9. Se è vero che i soggetti proponenti possono essere anche diversi dai grandi fondi che investono oltre il miliardo e che hanno più agevolazioni, è evidente che qui di un chiarimento c’è bisogno. Un chiarimento potrà venire anche dai comuni che firmano le convenzioni perché il rischio che vedo è quel 70% di convenzionata, che deve limitarsi a fare uno sconto del 33%, per altro non si capisce se rispetto al valore di mercato o del valore OMI: non è detto che questo garantisca quello di cui abbiamo bisogno, appartamenti di 70 metri quadrati a 500 euro. Non voglio criticare. Mi limito a dire: lavoriamo per allargare il ventaglio delle proposte, dei soggetti che possono partecipare e dei territori che hanno bisogno di alloggi ma magari non hanno il booster di garantire rendimenti alti. L’obiettivo di tutti deve essere realizzare quei 600mila alloggi che è il fabbisogno stimato. I decreti attuativi dovrebbero servire a questo, ad allargare questo ventaglio, da lì capiremo se c’è lo spazio per un’altra gamba.