LE DECISIONI DEL CDM
Piano Casa da 10 miliardi, tre pilastri per 100 mila alloggi in 10 anni. Meloni: investimenti dai privati
Nel breve termine, si punta al recupero di 60.000 alloggi popolari inutilizzati grazie a un investimento di 1,7 miliardi ai quali si aggiungono 4,8 miliardi per la rigenerazione urbana; lo sviluppo dell’housing sociale attraverso semplificazioni e 3,6 miliardi gestiti da Invimit; infine, il coinvolgimento dei privati, incentivati da procedure snelle in cambio della destinazione di almeno il 70% degli immobili a edilizia convenzionata con prezzi ridotti di almeno un terzo rispetto al mercato.
IN SINTESI
Un Piano Casa da 10 miliardi. Dopo settimane di ipotesi sull’ammontare complessivo delle risorse per l’operazione che dovrà consentire il recupero di 100 mila alloggi in 10 anni, è la stessa premier Giorgia Meloni a scoprire le carte e a scolpire sulla pietra il numero fatidico: 10 miliardi appunto. Lo fa al termine della riunione del Consiglio dei ministri, che, come era nelle attese, ha dato il via libera al Piano Casa. Un piano “ambizioso” e “siamo convinti che possa generare un moltiplicatore su larga scala: se sommiamo le varie direttrici” si punta a “rendere disponibili 100mila tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati nei prossimi 10 anni”. Al piano “dedichiamo fino a 10 miliardi di euro a cui si sommeranno gli investimenti privati che insieme generano un moltiplicatore”.
Il decreto legge varato dal Governo poggia su tre pilastri. Il primo: interventi straordinari per il recupero e la manutenzione del patrimonio già esistente di edilizia residenziale pubblica. “L’obiettivo che ci diamo è quello di rendere disponibili 60mila alloggi che oggi non si possono assegnare, per questo prevediamo un miliardo e 700 milioni più 4,8 miliardi che sono stanziati per la rigenerazione urbana, attualmente nei programmi di rigenerazione urbana, che possono essere a questo scopo distribuiti ai Comuni con Dpcm dopo interlocuzioni con l’Anci ”, ha specificato Meloni annunciando la nomina di un commissario straordinario. Il secondo: concentrazione e semplificazione di tutte le risorse nazionali ed europee destinate all’emergenza abitativa e housing sociale in un unico strumento gestito da Invimit. In gioco ci sono “oltre 3,6 miliardi di euro, risorse che vogliamo efficientare. All’interno del fondo saranno creati comparti specifici per le singole regioni per garantire” che le risorse vengano assegnate a quei territori. Si arriva al terzo pilastro che prevede condizioni per coinvolgere anche robusti investimenti privati nell’attuazione: “non ragioniamo sui fondi pubblici, abbiamo immaginato che lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche e procedure veloci,, come la nomina di un commissario straordinario per investimenti superiori a 1 miliardo di euro, che rilascia un provvedimento unico di autorizzazione. Ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che almeno 70 siano di edilizia convenzionata”. “Noi riteniamo un prezzo di vendita o di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato. Dopodiché – ha aggiunto – speriamo si possa fare anche meglio”.
Sul secondo pilastro è tornato il ministro per le Politiche di coesione, Tommaso Foti, Il fondo da 3,6 miliardi per l’housing sociale ha lo scopo di dare un alloggio “alle persone che hanno un reddito che non rientra più all’interno dell’edilizia residenziale pubblica, ma non hanno la possibilità di accedere al libero mercato”. Il fondo, ha spiegato il ministro, “nasce con l’idea di mobilitare i fondi pubblici che sono già a disposizione. Si parte con 100 milioni del Fondo di sviluppo e coesione, che consentono a Invimit di far partire questo fondo. Ma in realtà sono in grado di mobilitare fino a 3 miliardi e 600 milioni, la quota che mobilita la coesione, per la quale abbiamo introdotto ulteriori 1 miliardo e 900 milioni”. “Dopodiché – ha proseguito il ministro – vi è la partecipazione dei capitale privato, che noi riteniamo possa essere particolarmente interessato proprio al Fondo che crea Invimit”. Quest’ultima, ha spiegato Foti, “non interviene direttamente, ma attraverso un fondo che va a selezionare una serie di Sgr (Società di gestione del risparmio). Queste avranno il compito specifico non di acquistare immobili, ma di rimettere in circuito immobili che oggi non sono utilizzati e utilizzabili, e che avranno un vincolo ventennale di destinazione d’uso, con un canone concordato e agevolato”.

Dalla conferenza stampa non sono emersi ulteriori dettagli, come quelli relative alle tempistiche del piano. Nè Meloni ha fatto nomi sui potenziali investitori privati. E’ il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini, che Meloni ha volto ringraziare, che fornisce l’indicazione temporale più puntuale: un anno per il recupero dei 60 mila alloggi di edilizia residenziale pubblica ai quali sono destinati i 970 milioni di risorse del Mit, cioè quello che si può considerare il punto di partenza originario del Piano Casa. Altro intervento, preannunciato sempre da Salvini e destinato alla cosiddetta fascia grigia della popolazione, è la formula del ‘rent to buy’: non si paga più a vuoto l’affitto, ma si paga l’affitto di una lunga locazione e poi si può riscattare l’immobile. Su questo fronte, i notai si impegnano a fare la propria parte. Il ‘rent to buy’ e il ‘cohousing’ in ambito immobiliare sono “istituti di cui il Notariato si occupa da oltre dieci anni, e per la cui diffusione ai fini di un maggiore e migliore utilizzo”, dunque il Consiglio nazionale della categoria professionale “è pronto a fornire un contributo, affinché abbiano uno sviluppo concreto e divengano effettivamente accessibili ai cittadini”.Il Notariato ha dato poi “la disponibilità a ridurre gli onorari, attesa la grande rilevanza sociale del piano, in merito all’intervento dei privati nell’attuazione del cosiddetto terzo pilastro inerente l’ingresso dei privati nell’edilizia convenzionata ove si prevedano prezzi di acquisto o canoni di locazione calmierati, per far fronte alle esigenze abitative dei cittadini”
Altro provvedimento varato dal Governo è un disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. “E’ un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente. Interveniamo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, tagliamo i tempi per le esecuzioni, introduciamo una procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile – ha spiegato -. E quindi, da un lato creiamo le condizioni per costruire più case e dall’altro ci occupiamo di liberare le case che sono un abusivamente occupate per restituire alle vittime, i proprietari, anche per aumentare la disponibilità di alloggi sul mercato. Un tema del quale chiaramente già ci siamo occupati col decreto sicurezza e con gli sgomberi”. Melon ricorda che dall’inizio di questo governo sono stati liberati circa 4.207 alloggi di edilizia residenziale pubblica e più o meno 230 interventi di sgombero di occupazioni abusive di immobili di particolare rilievo”.
In Cdm scontro Salvini-Giuli sul ruolo delle sovrintendenze
Fin qui le dichiarazioni in conferenza stampa alla quale hanno partecipato in collegamento anche il presidente dell’Anci Gaetano Manfredi e quello della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, che saranno coinvolti in tutti i passaggi della realizzazione del Piano. Ma poi, nel corso della serata, sono circolate notizie di un duro scontro in Consiglio dei ministri. Secondo quanto raccontano diversi presenti, ad accendere non poco il dibattito è stato il nodo del ruolo delle sovrintendenze nelle operazioni di recupero dell’edilizia popolare. Duellanti, in particolare, il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il ministro Salvini, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, raccontano, impegnata nel ruolo di mediatrice. La discussione si sarebbe protratta a lungo, con Giuli che sarebbe arrivato a minacciare di non votare il provvedimento. “Finché sarò ministro – avrebbe detto – non consentirò che si violi l’articolo 9 della Costituzione”, cioè quello sulla tutela del patrimonio storico e artistico. Oggetto del contendere appunto il ruolo delle sovrintendenze, che non sarebbero più state chiamate in causa prima dell’avvio dei lavori. Consentendo ad esempio, viene fatto notare, di abbattere palazzine liberty senza alcun vincolo. Molti dei presenti avrebbero osservato con un certo stupore la discussione, che sarebbe proseguita dopo il Cdm con una immediata riunione dei tecnici per risolvere la questione. A non averla presa bene sarebbe stato lo stesso Salvini, che si sarebbe sfogato con un’espressione del tipo: “Ma noi dobbiamo intervenire a Quarto Oggiaro…”.
Le reazioni: la soddisfazione di Federcasa e Confindustria. La bocciatura di Tinagli
Il via libera del Consiglio dei Ministri al Piano Casa segna, secondo i principali attori del settore, un passaggio rilevante nella risposta all’emergenza abitativa, anche se non mancano osservazioni critiche su strumenti e prospettive. In prima linea Federcasa, che esprime piena soddisfazione per una misura ritenuta finalmente concreta. Il provvedimento mette a disposizione risorse immediate per la riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica e punta al recupero di circa 60 mila alloggi entro i prossimi dodici mesi. Un intervento che, nelle parole del presidente Marco Buttieri, rappresenta una risposta significativa al deterioramento accumulato negli anni e consente di rimettere in assegnazione abitazioni oggi inutilizzabili. La federazione sottolinea inoltre come il piano si inserisca in un quadro coerente con le indicazioni europee – a partire dal lavoro del commissario Dan Jørgensen e dell’eurodeputata Irene Tinagli – e con i richiami delle istituzioni nazionali, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla premier Giorgia Meloni. Accanto alla riqualificazione, Federcasa guarda anche allo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale, evidenziando il ruolo che le proprie strutture possono svolgere nella gestione di nuovi interventi con logiche pubbliche e non speculative. Resta ora centrale l’attesa per i provvedimenti attuativi, che definiranno tempi e modalità operative.
Dal lato della filiera delle costruzioni, il presidente di Federcostruzioni, Emanuele Ferraloro, parla di un “primo passo importante” per riportare l’edilizia al centro delle politiche industriali, ma richiama l’attenzione sulla necessità di intervenire sul quadro normativo: senza semplificazioni e procedure più rapide, il rischio è che le risorse non si traducano in cantieri effettivi.
Una lettura più ampia arriva da Confindustria, il cui presidente Emanuele Orsini definisce il piano un intervento strategico, capace di incidere non solo sul piano sociale ma anche su quello economico. L’obiettivo di aumentare l’offerta di alloggi a prezzi accessibili e l’entità delle risorse annunciate vengono considerati elementi chiave per affrontare una crisi che ormai incide sulla competitività del sistema produttivo, ostacolando la mobilità del lavoro e la capacità di attrarre investimenti.
Fortemente critica, invece, la posizione dell’eurodeputata del Pd Irene Tinagli, che pur valutando positivamente il recupero delle case popolari sfitte giudica il resto del piano sbilanciato verso incentivi all’acquisto. Secondo Tinagli, tali misure rischiano di alimentare ulteriormente l’aumento dei prezzi, senza affrontare nodi strutturali come la regolazione degli affitti brevi o le distorsioni del mercato immobiliare.